APERTAMENTE di Alfredo Annicchiarico: La Paura

Si può venerare la Paura e conseguentemente esserne i sacerdoti indiscussi? E può la Paura segnare i percorsi di un’intera generazione di politici?
La risposta è purtroppo sì. La Paura - da sempre elemento affascinante e a sua volta affascinato da cotanta pletora- ha in sé la caratteristica del movimento indotto. Ha la forma del moloch orripilante che genera dubbi e angosce in chi ne frequenta i luoghi di apparizione, ma soprattutto aiuta a costruirsi eventuali alibi e giustificazioni alla mala sopportazione della realtà circostante.
La Paura del buio sta alla paura del colorato, meglio se nero, in una continua comunicazione tra vasi di odio e vasi di ipocrisia. La natura stessa del sentimento pauroso sta nella supina accettazione degli eventi negativi per quello strano sentimento di rispetto per il male incombente, difficilmente evitabile. Un po’ come guardare inermi venirsi addosso uno tsunami nella convinzione che nulla potrà fermarlo, se non la mano di un dio che il più delle volte è distratto dalle mille processioni di madonne e santi patroni per le vie delle città.
La Paura non ha padri, né madri, è la figlia di ignoti frequentatori del bordello delle illusioni infrante: uno sterminato casino arredato da divani di velluto rosso su cui si adagiano culi e pance pronte a schiacciare, sotto il loro perso, le più elementari utopie: una su tutte, quella di restare umani. Semplicemente umani, al netto delle deviazioni ideologiche, pre o post.
La Paura del diverso, dell’ignoto, dell’inaspettato, materia che ha riempito le pagine di trattati di filosofia, che ha alimentato le proiezioni professionali di Jung e Freud, che ha definito i contorni delle più svariate intellegibilità, oggi si ritrova a fare i conti con la società fluida che si informa attraverso i social e commenta poi con i passaparola su Whatsapp.
E già, perché la Paura deve essere condivisa, sennò che razza di becero coagulante sarebbe. La sottile percentuale di nobiltà presente nel sentimento pauroso, di per sé bastante a renderla materia ghiotta per scrittori e registi, svanisce però così come nebbia al sole e diventa flebile memoria in un esercizio di cancellazione sistematica delle dinamiche di costruzione delle personalità.
Sulla base di queste congetture, vi sareste quindi mai immaginati, solo qualche anno fa, di vedere un responsabile politico costruire il proprio consenso sulla Paura inculcata? E qui non si parla del ministro della Mala (definizione poco felice affibbiatagli da Roberto Saviano) che “gode” nel vedere corpi ingoiati dal vorace Mediterraneo. Sono certo che nessuno, tanto meno lui che si dichiara cattolico, “goda” nel vedere il carosello triste di vite andate a fondo. Qui si parla di quel politico che a quel ruolo ci è arrivato con la costruzione sistematica e aritmetica del sentimento della Paura, iniettata nei ceti più intellettualmente più assorbenti. Ceti che, alla faccia di radical chic o quant’altro, sono trasversali e accomunati nel terrore del diverso e dell’ignoto.
Certo, fa specie vedere oggi personaggi come Renzi che criticano quei mostri che loro stessi hanno creato. Che hanno modellato sugli scarti delle loro idee malsane, convinti che mai avrebbero potuto prendere la testa del Paese. Eccola, allora, la “sorella” della Paura: la Convinzione.
Convinzione e Paura sono diabolicamente propedeutiche l’un l’altra, in un continuo gioco di incastri e di rimandi.
“Ho paura perché sono convinto, mi convinco perché ho paura”. Un semplice assunto? Be’, mica tanto. Chi sono i più convinti xenofobi? Di certo quelli che hanno paura di condividere spazi vitali con una razza che considerano inferiore.
Eppure, nella loro follia, la Paura e la Convinzione hanno ottenuto un risultato: l’anestetizzazione al Dolore, al Disagio, al Pianto. Tutto miscelato alla retorica populistica che i social vomitano in una continua anarchizzazione della parola scritta, ma raramente parlata e ostentata in pubblico.
I tempi sono allora maturi per una nuova democrazia del Dolore? I nostri figli sono pronti a ingoiare pillole di resistenza umana al Disagio culturale (dove “cultura” non è solo buone letture e pièce teatrali, bensì solide fondamenta comportamentali)? E i nostri padri?

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