APERTAMENTE: Figli di una becera mentalità di Valentina D'Amuri

“Per le persone che non si stimano, il successo vale zero, l’insuccesso vale doppio.”


State annuendo con il capo? Forse, allora, questo incipit ha acceso in voi una lampadina, aperto una ferita o scosso la coscienza. Chi è grottagliese, lo sa: esiste una frase che viene, continuamente, ripetuta nei discorsi tra parenti e amici quando si parla di qualcuno del quale non si nutre particolare affetto e stima. Stiamo parlando del classico “ddo a sce quiro?”. C’è poco da fare, più non sopportiamo una persona, tanto più vogliamo vederla fallire.


In questo caso, ci viene in aiuto la nostra cara e vecchia psicologia. È risaputo che il provare ammirazione per l’altro sia un profondo atto di realismo o di virtù. Realismo perché si tratta di riconoscere e, di conseguenza, apprezzare le qualità manifeste dell’io altrui; virtù perché, in mancanza di queste, si assume un naturale atteggiamento di magnanimità. Se il meccanismo virtuoso è più semplice da mettere in atto, il riconoscere negli altri delle qualità eccelse risulta, a tutti noi, un’ardua impresa. Questo perché sussiste, fondamentalmente, un’incapacità nel discernere il pensiero soggettivo da un’analisi oggettiva, soprattutto se questi sono inficiati da considerazioni e giudizi ostili. Questo atteggiamento pare, nei paesi di provincia e nello specifico Grottaglie, ben insediato nel tessuto sociale. In particolare, si osservano due correnti con a seguito molti proseliti:


- Quelli del “se non l’ho fatto/pensato io, non devi farlo anche tu”: non è possibile, secondo tale dottrina, partorire idee di particolare ingegno, riuscire in qualcosa di grande, raggiungere determinati traguardi se la persona a cui proprio non piacciamo non lo ha fatto prima di noi. Beh, signori, questo è un grosso problema. Qui si rischia di distruggere la costruzione identitaria per la quale, magari dico, qualcuno ci ha lavorato per anni. Se avessimo tutti le stesse inclinazioni, le stesse capacità, le stesse idee ci sarebbero allora milioni di medici, milioni di giudici, milioni di imprenditori ma nessun infermiere, nessun avvocato. Zero scrittori, zero operai, zero artisti. Saremmo tutti dei geni senza arte. Perdiamo il senso della funzionalità reciproca. Tutti non possiamo fare tutto: per questo, è necessario riscoprire la fiducia nell’altro, ammettere i nostri limiti e riconoscere le virtù eccelse altrui per una collaborazione fine al bene comune. Basta occhiatacce, pettegolezzi di corridoio e invidia indigesta da grottagliese medio.


- I filoforestieri. Forse i peggiori. Ne fanno parte coloro i quali credono, fondamentalmente, che i grottagliesi siano celebrolesi. Per queste persone, i concittadini non sono in grado di gestire situazioni, portare a termine lavori né creare lo straordinario. E, allora, penso a chi lo straordinario in Grottaglie lo ha creato ma è stato screditato nel profondo, a chi ha pensato che un lavoro non meritasse di essere pagato perché “chiunque può farlo, anche il cugggino della moglie di zio Mimino che si prende poco”, a chi è stato costretto a diventare straniero per essere apprezzato. Penso, anche, agli sguardi spregianti di chi osserva mentre qualcuno fa, al pensiero che non può abbandonare lo stesso che qualcun altro, più rinomato, potrebbe fare di meglio. Giungo, quindi, alla conclusione che le persone non amano dare rispettabilità all’altro, probabilmente perché convinti che farlo significhi essere privati di qualcosa di sé.


Ho nel cuore due parole che hanno caratterizzato gran parte dei miei ultimi anni: Patria e Onore. Ho frequentato luoghi in cui questa scritta campeggiava sovrana e la si respirava, tangibile non solo nell’aria ma anche, e soprattutto, nei rapporti umani. Ne ho fatto una massima di vita arrivando, comunque, alla triste considerazione che diventiamo sempre meno Patria, e sempre più onore. Un onore che, però, non ci fa onore perché becero, egoista, fine a se stesso. È bene apprezzare chiunque pensi in grande, chiunque punti al bello ma è distruttivo opinare che l’altro, in particolar modo chi proprio non sopportiamo, non ce la possa fare. Abbandoniamo questo gretto provincialismo e riscopriamo l’amore per la Patria, l’unità, l’umanità. Perché, aldilà dell’astio, si può non stimare una persona ma apprezzare le sue gesta, in un tenero e sincero atto di rispetto, magnanimità e umiltà che tutti meritiamo.

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Valentina D'Amuri

Laureata in Progettazione e Gestione formativa nell'era digitale, consegue il master di II livello in Studi Strategici e Sicurezza Internazionale in concomitanza con il Corso Normale di Stato Maggiore della Marina Militare. Instructional Designer, collabora allo sviluppo di diversi progetti in ambito civile e militare.

"Non chi comincia ma quel che persevera" 

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