Caro Sindaco ti scrivo. Lunga lettera di un concittadino lettore, e-lettore, ed elettore, l'avv. Luca Bovino

Luca Bovino - avvocato 07 Dic 2019
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Carissimo Sindaco,
lo scorso 3 dicembre è stata pubblicamente inaugurata la nuova biblioteca di Grottaglie.
Da elettore, ma soprattutto da lettore (compulsivo, vorace e anche un po’ patologico), ho accolto con gioiosa soddisfazione la notizia. Forse pochissime altre iniziative hanno avuto gestazione così complicata, se pensiamo che l’idea, a quanto dicono, nacque da un lascito testamentario del senatore Gaspare Pignatelli, passato a miglior vita nell’ormai annoso 1980.
Quasi mezzo secolo, ma ne è valsa la pena, a quanto riferiscono. La Regione con un ponderoso contributo di ben 380 mila euro, a quanto si narra, ha dato la sua aggiunta di valore, e la nostra biblioteca non sarà più un mero archivio di libri (cosa che già, di per sé, non sarebbe stata affatto male).
Ma che, scherziamo? È uno spazio aggregativo, un luogo di incontro e fruizione multimediale, un’alternativa ad un centro commerciale, continuano a dire, parafrasando.
Postazioni informatiche e telematiche, scrivanie ampie, pareti colorate, scansie fantasiose e accoglienti.
Multi-teca, non soltanto biblio-teca.
E quindi, a giusta ragione, assessori e assessoresse (non so se dicano proprio così, ma, a me, dà più l’idea) hanno partecipato al taglio dei nastri; governatori ed altre eccellenze La hanno accompagnata nelle inaugurazioni e nei discorsi di rito. Perché l’evento c’era, andava comunicato con tutti i crismi, gli allori e le fettine di merito che, in questi casi, ognuno si ritaglia come può. E come deve.
E quindi, in questo tripudio di occorrenze radiose e policrome, pensavo ai libri, alle lettere, alle storie, ai romanzi, ai racconti, alle poesie che finalmente ospiterà la Biblioteca Pignatelli.
Che meravigliosa iniziativa anticiclica, non potevo non dirmi, rispetto alla raccapricciante deriva verso cui, derelitta, pare naufragar la nostra lingua.
Un mio carissimo amico, che per ventura è consigliere comunale della Sua maggioranza, mi ha inviato sul telefonino il video dell’inaugurazione. L'ho visto la prima volta senza l’audio (lo tengo di solito sempre abbassato). E in quella, le rughe del mio volto tratteggiavano un sorriso spontaneo sorto dalla visione di alcuni tomi della mitologica prima collana anni 60 degli Oscar Mondadori; davanti ai dorsetti blu degli "stile libero" Einaudi, rispetto alle variopinte copertine dei tascabili esposti. Beato, e forse un po' beota, ammiravo. Quante nuove esperienze interessanti, non potevo non pensare, suggerisce la vista di queste immagini.
Ma ad un certo punto, poi, qualcosa è andato storto. Un fulmineo fotogramma mi ha provocato un bruciante languore intestinale.
Era l’immagine di un cartello, presente nella biblioteca, dove, tra "sala polifunzionale" e "sala didattica", c’era scritto: “spazio kids”.
Proprio così.
Ma come, mi sono detto: “”spazio kids” ? “”Spazio kids” ?!, “spazio kids”…”…
Non riesco proprio a scriverlo senza virgolette.
E mi sono chiesto: ma c’era proprio bisogno di usare questo modo? Spazio ragazzi, (o al limite, spazio bimbi) non sarebbe stata la stessa cosa? Perché soltanto i “”kids”,”e non anche i ragazzi, potranno avere spazio, lì?
Mi creda, caro Sindaco, la mia non è una battaglia di retroguardia, né una forma di conservatorismo icastico, o di reazione semiotica. Ma una forma di istintiva autodifesa.
Dico, sarà anche polifunzionale, ma siamo pur sempre in una biblioteca. Italiana. O sbaglio?
E la biblioteca è, o non è, la sede dei libri; e i libri sono, o non sono, il prodotto di una cultura letteraria; espressione di una lingua; e che, per inciso, è la lingua italiana?! Almeno in quel luogo!
O sbaglio?
Mi viene sempre in mente la massima di Wittgenstein: i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo. E la scelta di ridurre il nostro linguaggio attraverso l’arbitraria, e tutto sommato inutile, introduzione di espressioni del lessico inglese equivale a una riduzione, arbitraria, del nostro mondo concettuale.
Una scelta arbitraria, ma anche autolesionista.
E purtroppo non è solo un’opinione del sottoscritto, magari lo fosse!
Come sa bene, nel 2013 l’OCSE ci ha dimostrato che gli italiani siano all’ultimo posto in Europa nella capacità di comprensione di un testo; nel 2016 il linguista Tullio De Mauro ha affermato che il 70% degli italiani non capisca letteralmente quello che legge; e nel 2017 ben seicento professori universitari hanno scritto un appello pubblico lamentando il tempo perso a correggere gli errori linguistici (tantissimi) rispetto contenuti scientifici (scarsi) delle patrie lauree, affermando impietosamente come gli italiani arrivati al termine del percorso scolastico scrivano male, leggano poco e fatichino persino ad esprimersi oralmente.
E si tratta di attestazioni documentali tristemente disponibili in rete, alla mercé di tutti, esposti al perenne ludibrio del mondo. Povera patria.
A questo siamo, caro il mio signor Sindaco. Mi dica, La prego, mi dica dove sbaglio!
Tutto nasce dalla lingua, dalla trascuratezza, dalla pigrizia, dalla mollezza con cui accettiamo che la nostra lingua, pezzo dopo pezzo, lemma dopo lemma, e lemme lemme, venga smantellata. Fino al punto da non riuscirne più a comprendere il significato.
Sembra di trovarsi in una poesia di Brecht: prima ci imposero il bar e lo sport, e noi dicemmo era solo tempo libero e che potevamo fare a meno di caffetterie da diporto; poi ci diedero il computer e il mouse, e noi a dire che era solo informatica, non ce ne facevamo nulla di calcolatori e topolini; poi ancora fecero arrivare i cash e i credit defoult swap, e noi a dire che era solo economia, e che i contanti e i derivati erano acqua del passato. Ma quando iniziarono a sottoporci l'accountability, il problem solving dicendoci friendly che si trattava di un misundestending allora non ci capimmo più nulla. E fu la fine. Non era rimasto più nessuno che ci potesse comprendere, e fu Babele!
Quindi non è una battaglia di retroguardia, mio caro signor Sindaco, ma è una vera e propria guerra di resistenza morale: la nostra lingua non è soltanto un affare che riguardi la Crusca, ma riguarda tutti, perché trascurarne l’uso porta a risultati tragici.
Un cittadino che non comprenda la propria lingua è più esposto ai fraintendimenti, più facile soggetto alle manipolazioni, più sovente vittima degli inganni.
Mi parlavano di indicizzazione unit linked...che ne sapevo che avrei perso il capitale della mia polizza!? Mi proposero l'attivazione gratuita...chi poteva capire che il servizio sarebbe stato a pagamento!? Mi dissero che sarei stato solo un garante, che ne potevo sapere che alla fine avrei pagato tutto io?! Mi chiesero di essere responsabile, non avevo capito che mi avrebbero presentato il conto…
Lei è anche avvocato, signor Sindaco, quindi saprà bene quanta fatica occorra per spiegare ad un cliente, in perfetta buona fede, la differenza che passa tra diritto inteso come aggettivo e diritto come sostantivo, e di come i due significati di quella stessa parola non possano mai esser presenti insieme in uno stesso enunciato. O quasi mai.
Ma, allora perché continuare ad inzeppare il nostro lessico di inutili foresterierismi albionici?
È forse una prerogativa l’essere oscuri; per avere più carisma e sintomatico mistero, come i famosi occhiali da sole di Battiato?
O è anche un modo d’essere di una mentalità provinciale, quella di volgere in esotico, se non proprio in esoterico, tutto ciò che è solo estraneo, o al massimo estero.
Non sarà certo il risparmio di tre lettere tra “kids””e “ragazzi””a salvarci dalla fascinosa crisi semantica nella quale siamo immersi. Altro che i sensi, abbiamo smarrito anche i segni.
E non ci si venga a dire che quello "spazio kids" sia un’iniziativa volta ad attrarre i turisti, o a rendere anche poli-gotta, la poli-funzionale biblioteca; a questo punto meglio sarebbe stato scrivere: “”spazio ragazzi””e magari, sotto, tra parentesi “kids area”, giusto per far capire agli stranieri che qui si parla ancora la lingua di Dante.
Pensi, Sindaco, ero già roso da tutti questi pensieri, quando ho rivisto il video inviatomi dall’amico alzando il volume dell’audio. Non l’avessi mai fatto. Il mio languore ha raggiunto il diapason. Ho potuto ascoltare con le mie dolenti orecchie il Presidente Emiliano proferire: “comunity library”.
Dico, che gli costava dire "biblioteca di comunità"? Doveva per forza fare sfoggio di un falso amico, “library”, che non è libreria, ma, appunto, vuol dire biblioteca.
Doveva proprio?
Evidentemente sì.
Perché l’inglese, ormai, mio caro signor Sindaco Signore, è diventato peggio del latinorum del Manzoni, non solo un espediente per non far comprendere agli incolti le cose sconvenienti. Ormai Albione è un vero e proprio tic.
Perché, certo, parlare di “jobs act” è più comodo di “riduzione delle tutele per i lavoratori licenziati””, oppure “”voluntary disclosure” è più fine”rispetto a“”condono per i capitali illeciti provenienti dall’estero”, per non dire che “bail in” fa perdere meno voti rispetto a “addebito ai correntisti dei costi del fallimento di una banca”. Anche sul tema ci sono antesignani illustri, mi vengono in mente le ultime pagine di 1984 di Orwell, sull’antilingua e sul perverso e strumentale abuso degli acronimi e degli acrostici.
Ma "spazio kids" non è neanche inglese, è una neolingua né carne, né pesce: un italish.
E questo idiota idioma é ormai un vizio, oltre che un vezzo, partorito da una madre nevrotica e inadeguata: per tema che il figlio appaia agli altri brutto, lo deforma ogni giorno con dosi massicce di chirurgia plastica.
E non ci vengano a dire che si tratti di mali necessari dovuti a termini intraducibili!
I modi per trasporre questi lessemi ci sarebbero, anzi, ci sono. Orami non ci sono più alibi.
Esiste, ma Lei lo sa certo bene meglio di me, un apposito gruppo costituito presso la Crusca nel 2016, e si chiama INCIPIT, che attraverso una dozzina di comunicati stampa ha spiegato come sia ben possibile evitare di far finta che siano incontrovertibili le locuzioni come “”revenge porn””, o “step child adoction”, o “whistleblower”, o“”hot spots”, proponendo alternative espressive a questi tremendi fonemi che talvolta sono persino impronunciabili per un parlante neolatino. Ma ai quali i politici si sentono così stranamente affezionati.
Mi creda, mi sarei astenuto ben volentieri dal dirle tutte queste cose. Non era mia intenzione rivolgermi a Lei per addurle doglianze sulla classe politica, ne avrà ben piena una sporta, e poi con gli impiccati, a casa loro, di corde, non si parla.
È stato un altro fatto che ha scosso la mia indignazione, ha molestato la mia sensibilità, ha strattonato il mio senso civico.
È stato il dialogo con alcuni “kids””grottagliesi, con le mie figlie di otto e dieci anni, con le loro coetanee native digitali, a darmi il colpo di grazia. Dopo averle sentito dire “unboxare”” anzichè “”scartare””, o “shoppare””al posto di “comprare”” e “spoilerare”” piuttosto che “rivelare””e tante altre terribili amenità del genere come “lovvare”” “bannare”, “loggare”, senza neanche che immaginassero l’esistenza di correlativi italiani, bè, a quel punto ho capito che qualcosa ci stava sfuggendo di mano. E che Lei come padre (morale) di tutti noi, suoi concittadini, ma anche come padre propriamente tale, doveva esserne messo a parte.
Ho tentato di spiegare, con calma, alle mie figlie l’esistenza di alternative espressive in lingua madre, ma è stato vano. Sono stato assalito dalle loro referenze, costituite da trogloditiche e isteriche adolescenti urlanti come Erinni, autoproclamatesi “influencer”, la cui influenza sta nel fatto di dare indiscriminato arbitrio al loro sproloquio sull'universo mondo davanti ad una telecamera. Ma questi fenomeni telematici sono il nuovo palinsesto dei mezzi di comunicazione moderni, dobbiamo farci i conti. E ai genitori s'impone un bivio drammatico. Dovremmo forse, e con forza, bandire le fonti da cui tali scempi propalano, trasformandoci in severi e odiosi censori; oppure dovremmo coltivare una tollerante ironia e nutrirci di una incrollabile fiducia nel futuro (e magari nello stato, nella scuola…), diventando però inerti complici di questo massacro morale?
Domando.
Non ho fiducia nella forza (bella forza, poi, con i bambini!), né molti elementi per trovare forza nella fiducia (in cosa poi, in quel fanalino di coda del nostro sistema scolastico?).
Eppure: tertium non datur.
Comprenderà bene, caro Sindaco, che tempi, che tragedie: altro che libertà d'espressione, qui siamo alla tirannia dell'ineffabile!
È giunta l'ora di invocare le autorità! Largo alla sola forza nella quale il cittadino può trovare tutela, la legge! E si faccia luogo al presidio legale a lui più prossimo, Lei!
Si impugnino le penne, si verghino le carte, si cambino le cose!
Dovrebbe esistere da qualche parte del nostro sistema legislativo il reato di vilipendio della cultura italiana, come estensione ermeneutica del vilipendio della Repubblica, della Nazione e magari anche della Bandiera. Ebbene, la Repubblica, la Nazione e la Bandiera sono tutti concetti senza la Lingua Italiana sarebbero vacue espressioni prive di qualsiasi contenuto. Flatus vocis.
Effettivamente quel reato ci sarebbe, anzi c'è: all'articolo 290 del codice penale.
Ed allora, senza por tempo di mezzo, Lei, sì proprio Lei mio caro Sindaco, dovrebbe esercitare il Suo ruolo di Ufficiale del Governo della Repubblica Italiana e sporgere immantinente una denuncia, d'ufficio. E denunciare per primo quel tale che, ha speso i 380mila euro con cui, si dice, sia stato realizzato questo meraviglioso presidio morale della nostra cultura. E che ha pensato bene di introdurvi, con quel cartello, il veleno di questo urtante ibrido, così foresto e forastico.
E spero proprio che di denuncia, e non di autodenuncia, s'abbia a discorrere.
Perché in tal caso, e in ogni caso, mio Caro Sindaco, La invito a dar luogo ad un simbolico, quanto effettuale, ravvedimento operoso: cancelliamo da quel cartello la parola “Kids”, sovrapponiamovi un adesivo (non certo uno “stiker”), sovrascriviamoci un disegno (giammai una "picture"), sovraincidiamogli un racconto (tutt'affatto che una "story telling"), ed eliminiamo quel nauseante ircocervo.
Qual è il senso di avere un vampiro tra i nostri donatori di sangue?
Non abbiamo bisogno di gratuite forme di servile colonialismo: sicuramente non nella nostra lingua, probabilmente non nella nostra cultura, possibilmente non nella nostra letteratura. Ma almeno... non nella nostra biblioteca.
Forza sindaco, facciamolo, davvero.
Facciamolo per i nostri Ragazzi!

PS
Le allego il fotogramma incriminato. E le preannuncio che invierò questa lettera aperta anche al Presidente Emiliano, per conoscenza, e a Lei per competenza. Hai visto mai che voglia ravvedersi spontaneamente anche lui…

 

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