BUSHIDO. La via del guerriero

Ettore Mirelli - avvocato 06 Ott 2018
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Con la parola Bushido si indica il codice etico dei samurai, ossia l'insieme delle norme di comportamento che questa casta di guerrieri giapponese ha sempre osservato e praticato con il massimo rigore. 

La parola è composta dalla unione di due ideogrammi, “bushi” che significa guerriero e “do” che significa la Via, ossia il sentiero sapienziale che dalla natura più profonda dell'uomo conduce alla sua massima realizzazione spirituale, secondo i principi metafisici della Tradizionali.
Per comprendere l'argomento dobbiamo in primo luogo sapere che il Giappone ha avuto fino al 1868 una organizzazione feudale composta dall'Imperatore, considerato di origine divina, dalla nobiltà feudale dei daimyo, dalla casta dei guerrieri samurai, e dal popolo suddiviso in commercianti ed agricoltori.
La figura del samurai, il cui nome significa servitore, nasce con lo scopo precipuo di assicurare protezione all'Imperatore ed al signore feudale, non essendo caratterizzato da questo punto di vista da nessuna peculiarità significativa rispetto a tutte le altre caste guerriere createsi nel corso della storia.
Il momento significativo avviene quando in Giappone si afferma la dottrina del buddismo zen, che risulta da subito congeniale ai compiti e al ruolo sociale e militare dei samurai.
Contrariamente a quello che si può pensare, il buddismo ha nella sua genesi una natura profondamente virile. Si consideri che al momento della sua nascita in India vigeva l'induismo bahamanico, ossia un complesso sistema di precetti religiosi facente capo ad una complessa cosmogonia, in cui la casta sacerdotale dei brahamani svolgeva un indispensabile ruolo di mediazione tra l'umano ed il divino complessamente codificato, al punto da diventare incomprensibile per i popolo.
In questo orizzonte di vuoto dogmatismo intervenne come un fulmine a ciel sereno la figura di Siddhartha Goutama, un giovane appartenente ad una famiglia nobiliare di guerrieri, che abbandonando la cultura religiosa ufficiale scelse di percorre una autonoma via verso l'Illuminazione. Fu così che Siddhartha con cuore puro si addentrò nell'animo umano facendo esperienza concreta di pratiche religiose, meditative e culturali, fino alla definitiva presa di coscienza della caducità di tutte le cose umane avvinte dal flusso samsarico.
Attraverso la rinuncia di sé, che significa autosuperamento e non semplice umiliazione della carne e dell'Io, Siddartha arrivò alla piena centratura dell'Io trasfigurato in Sè, direttamente coincidente con la infinita armonia dell'Universo.
Questa concezione nata in India si diffuse in Cina, dove si arricchì dei concetti della dottrina Zen, della trascendenza immanente e della coincidenza degli opposti esprimentesi nella dicotomia organica dello yin e dello yang.
In questo orizzonte metafisico, la struttura portante è data dal buddismo mentre le modalità dell'azione concreta e della meditazione sono date dallo zen, secondo cui esiste una piena coincidenza tra lo Spirito e la azione.
In qualsiasi ambito dell'agire umano, dalla creazione di manufatti in ceramica, all'uso dell'arco o della spada, i principi della dottrina zen evidenziano come il soggetto agente partendo da una azione istintiva e non disciplinata esprime se stesso tramite la azione. Successivamente, il soggetto applicandosi nello studio della tecnica perde la propria spontaneità limitandosi ad applicare quanto imparato, ma con la pratica assidua nella disciplina da lui praticata, progressivamente, interiorizzando la tecnica, sarà portato ad agire in modo tecnicamente corretto ma sempre più istintivo, fino al punto in cui agirà abbandonando il pensiero razionale e manifestando nella azione la propria intelligenza spirituale. Si tratta di una trascendenza immanente in cui tra la azione ed il pensiero razionale passa una distanza inferiore allo spessore di un capello, e la azione è disciplinata da una intuizione intellettuale non prodotta dal cervello, ma dalla intelligenza spirituale di cui ognuno di noi è naturalmente dotato.
Questo orientamento metafisico fu applicato nell'arte della guerra dai samurai, nelle varie discipline da loro praticate, con lo scopo di realizzare una piena coincidenza del proprio Sè interiore con la azione pura del combattimento, il passaggio dalla mente razionale alla non mente intuitiva. L'avversario non va visto nella sua fisicità corporea, ma percepito nella propria essenza, in modo tale da consentire al samurai di intuirne le azioni ancora prima della loro messa in esecuzione. Questo concetto non può essere spiegato razionalmente, ma può essere compreso solo attraverso la pratica della disciplina marziale teleologicamente orientata verso la trascendenza.
Questo orientamento metafisico, fu applicato non solo al combattimento, ma in ogni aspetto della vita. Ogni azione veniva codificata in un rituale che una volta interiorizzato consentiva al soggetto agente di muoversi nell'ambito fisico e metafisico di una armonia spirituale fonte di energia e pace. Tipici esempi di arti rituali in funzione metafisica sono l'arte del thè, della pittura, della scrittura, della poesia, in cui anche i samurai erano soliti cimentarsi come forma di elevazione spirituale tramite la pratica rituale.
Scopo di queste arti era di creare la fusione tra soggetto agente ed azione, al fine di consentire al soggetto agente di accedere alla intelligenza innata, prerazionale e spirituale. Ossia, la dimensione del sublime interiore che trova espressione una volta superato il samsara dell'attaccamento alle cose terrene e al vortice delle emozioni umane.
L'oggettivazione della condotta porta alla espressione del sublime individuale oggettivo tramite la rinuncia-superamento dell'individuale monadico, isolato e finito.
La vita umana nelle sue svariate manifestazioni si svolge quindi mediante un orientamento non lineare ma ciclico, dove l'inizio coincide con la fine, e la vita trova la sua massima espressione nella morte. Questo è un punto fondamentale per capire l'orientamento spirituale dei samurai. Un vero samurai secondo il bushido buddista zen, deve sempre avere a mente l'idea della morte, anzi, concetto per noi occidentali assolutamente incomprensibile, deve andare alla ricerca della morte giusta, ossia, della morte rituale attraverso cui la preparazione pratica trova espressione nella realizzazione del fine ultimo del guerriero: realizzare se stesso morendo in difesa del proprio ideale di protezione del Signore. É qui che l'individuale incontra il sociale, il particolare si fonde nel generale, e il finito si realizza nel Tutto.
Il samurai, in quanto espressione della casta guerriera si inserisce organicamente in una società avente carattere sacro, in cui ogni individuo, dall'Imperatore al contadino, trova la propria piena realizzazione attraverso la manifestazione del proprio ruolo sociale, concepito come spiritualmente orientato.
Si badi, che la suddivisione in caste non era a compartimenti stagni, ma l'individuo particolarmente dotato aveva la possibilità tramite la pratica di accedere alle attività della casta gerarchicamente superiore e viceversa, secondo il principio che la azione giusta è quella compiuta in conformità della propria vera natura individuale originaria. Ossia, meglio una azione mediocre ma onesta spiritualmente, rispetto ad una azione efficace ma non conforme alla propria volontà intima.
Espressione di questo concetto si ricava anche dalla cultura brahamanica ed in particolare nel testo del Baghavant-Gita dove il dio Krsna invita Arjuna, il protagonista del poema, a svolgere sempre azioni sincere e disinteressate rispetto ai frutti di quelle azioni, perchè in questo orientamento, la azione diviene pratica spirituale di manifestazione ed elevazione del Sè, momento cosmologico di manifestazione del Sè nel processo evolutivo che porta alla liberazione totale dal samsara e dal ciclo della reincarnazione.
Il samurai è un saggio che padroneggia la tecnica, supera la tecnica esercitandola in modo intuitivo, raggiunge l'illuminazione intesa come perfetta centratura spirituale, supera la propria illuminazione e continua a vivere come manifestazione di questo equilibrio dato dalla contemporanea persistenza di presenza-assenza del Sè nel divenire pratico.
La contestuale coincidenza dell'elemento spirituale e dell'elemento pratico, sono alla base del grande fascino esercitato da questa figura di uomo, nella cultura occidentale. La sua natura di monaco guerriero, la totale padronanza delle due sfere di azione, spirituale e pratica, la sua perfetta organicità nella organizzazione sociale e politica, tale da renderlo parte integrante di un Tutto immanente, che è anche un Tutto spirituale e che trova nello Stato, inteso come potere politico, la sua più alta e nobile manifestazione.
Nella cultura tradizionale giapponese, vi è una piena coincidenza tra azione pubblico-amministrativa ed azione religiosa, in virtù non di un dogmatismo sanzionatorio, come è tipico delle religioni monoteiste basate sulla dinamica dialettica del peccato-punizione, ma sulla base di un ideale di perfezione morale e spirituale che si realizza e si manifesta attraverso la azione, in base ai principi metafisici su indicati.
Questo conferisce alla azione dell'individuo una forza materiale ed una potenza spirituale uniche, che lasciano basiti noi occidentali inducendoci a cercare di capire le origini di tale forza e la genesi di tale manifestazione.
Facendo qualche esempio concreto, l'immagine raffigurata nella epigrafe di questo scritto rappresenta un crisantemo fluttuante, che era il “mon” ossia l'araldo di battaglia del samurai Kusunoki Masashige, famoso in Giappone perchè la sua vita è diventata simbolo di onore e fedeltà all'Imperatore.
Masashige è un eroe sconfitto, che morì in battaglia offrendosi volontario per la difesa di un ponte, al fine di consentire ai suoi compagni d'armi un ripiegamento strategico rispetto all'esercito nemico, che in quel momento stava avendo la meglio. Alla fine, quando cadde senza vita nel fiume, il suo corpo era talmente pieno di frecce conficcate nell'armatura che Masashige galleggiò trasportato via dalla corrente.
Nella perfetta ciclicità della propria parabola esistenziale, Masashige morì con il corpo simile ad un crisantemo fluttuante, finendo la sua vita nello stesso punto in cui dal suo araldo di battaglia era iniziata la sua esperienza di guerriero dello spirito.
L'appartenenza allo Stato, come forma di realizzazione interiore, ed il carattere fortemente radicato dei principi di cui sopra, indussero i kamikaze morenti durante l'invasione americana di Okinawa ad indossare proprio l'araldo del crisantemo fluttuante di Masashige, inizio e fine della loro vita, principio di coincidenza dell'individuo con il Tutto.
Questi concetti che possono sembrare lontani anni luce dalla nostra visione del mondo, proprio perchè derivanti dalla Tradizione unica propria della natura umana, da cui tutte le tradizioni hanno avuto origine, si ritrovano invece sotto altre vesti anche nella nostra religione cattolica ed ancor più nel cosiddetto esoterismo cristiano, ossia lo studio dei simboli del cristianesimo nella loro portata teosofica.
La morte come momento di passaggio verso l'Assoluto perfetto. Il senso dell'onore come pratica delle virtù e la vita come espressione contingente e concreta delle virtù cristiane di giustizia, amore ed altruismo, ne sono un esempio.
Nè mancano nel cattolicesimo riferimenti ad una dimensione virile e combattente della spiritualità. Basti pensare al buon combattimento dello spirito di cui parla San Paolo, oppure all'esempio del codice etico dell'ordine cavalleresco dei Templari, che costituisce l'apoteosi dell'etica cavalleresca occidentale al servizio del trascendente spirituale, vero e proprio omologo della casta guerriera dei samurai.
Sul punto, mi si permetta di citare e ringraziare il nostro concittadino Carlo Caprino, con il quale cominciando a chiacchierare casualmente di religione e metafisica, mi ritrovai a parlare per ore raccontandoci aneddoti e curiosità relative alla vita dei più importanti samurai della storia giapponese e riscoprendo in lui un un appassionato e colto studioso di bushido, che tante letture mi ha consigliato e fornito, nonché il valido direttore tecnico del Dojo Fenice Rossa, in cui poter praticare le antiche arti marziali giapponesi, in una atmosfera di profonda spiritualità immanente e rigore concettuale rispetto ai principi della Tradizione.

La speranza di chi scrive è che gli elementi spirituali in discorso, integrati nella nostra cultura, nonché armonizzati con i precetti della nostra religione, costituiscano lo stimolo per una rinascita interiore, per una ascesi personale che si esprima in una rinnovata coscienza civile, culturale e politica. Perchè se la virtù è una dote innata dell'individuo, è soltanto attraverso la conoscenza e la pratica dei principi tradizionali che essa può essere espressa ed applicata in modo coerente, costante e sistemico, nell'interesse nostro personale e della collettività tutta in generale.
Quello che ci insegnano i samurai è che il grado di evoluzione di una civiltà non si misura con i risultati della tecnica e della cultura immanente, ma con il grado di altruismo e sacrificio del singolo cittadino nei confronti della propria collettività, del proprio governo e della propria Nazione.
In questi termini si sviluppa quell'imperituro filo rosso, che all'insegna della Tradizione, collega, i samurai ai templari, il Giappone feudale alla Roma imperiale, l'essere umano al suo destino ultimo, destino dal quale la cultura moderna ufficiale sembra decisamente intenzionata a farci allontanare.

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