L’antico muretto a secco di Via Leone XIII, demolito nel 2008...la sua storia

Nino Gemmellaro - giornalista 07 Feb 2019
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Nella Città delle Ceramiche, il breve tratto di “muretto a secco” di via Leone XIII, ch’era compreso fra una parete di contenimento e l’angolo con via Francesco Crispi, raccontava la sua storia medievale e ed evocava sentimenti di fede popolare.

“Abbracciava” la chiesa di San Vito (XI - XVII sec.) ed entrambi sono stati impietosamente abbattuti: la chiesa nel 1956; il “muretto” nel 2008...

...Nel mese di febbraio 2008 una ruspa demoliva impietosamente l’antico “muretto a secco” di epoca medievale, così come appare nella foto di chi scrive. Costeggiava la grottagliese via Leone XIII dall’angolo con via Francesco Crispi alla parete di contenimento dell’adiacente struttura. Fu una scelta dettata da necessità urbanistiche e di viabilità mirate a destinare la superficie di terreno, delimitata con le altre vie Pellari e Crispi, a pubblico parcheggio attrezzato per vetture e bus a servizio prevalentemente di turisti e visitatori del Quartiere delle Ceramiche. L’area, infatti, naturale estensione dello storico insediamento figulino, venne intitolata “Piazzale dell’accoglienza”. Proprio sullo stesso angolo, ci piace ricordare, incastonata nel “nostro muretto a secco”, che negli anni ’50 si allungava sulla medesima Via Crispi fino al raggiungimento del primo tratto di via Pellari, sorgeva dal XVI - XVII secolo una piccola chiesa di stile tardo barocco pugliese dedicata a San Vito martire (303); anche se un pensiero popolare la vorrebbe pure in onore di san Rocco (XIV sec.).

Era un edificio che occupava un’area poco più di 100 mq., realizzato a navata unica con interessanti pur se modesti movimenti architettonici, come: la facciata liscia compresa tra due lesene, separata con cornicione dal timpano a volute aperte e pinnacoli laterali con la caratteristica finestra mediana a sacca di polpo. Il portale era sovrastato da una nicchia arcuata che doveva accogliere la statua del Santo. Il prospetto principale affacciava su via Leone XIII, mentre l’articolato campanile a vela e bronzo unico, impostato lateralmente era rivolto su via Francesco Crispi, in direzione del centro storico, l’ampiezza della città a quel tempo popolata da oltre settemila anime. L’edificio venne demolito nel 1956, perché, come scritto nel volume “Un uomo e il suo territorio” (Cosimo Fornaro - Grafiche Cressati, Taranto 1980), “...Era necessario… raddrizzare strade, abbattere anche chiese pur di riuscire a razionalizzare il labirinto abusivo che infastidiva il centro storico… si rese necessario l’abbattimento della Chiesa di San Vito, d’accordo con l’autorità ecclesiastica …la Chiesa trovasi in una posizione planimetrica tale da restringere la sede stradale di via Crispi nel suo punto d’incrocio con la provinciale con San Marzano...”.

Quell’area è rimasta sostanzialmente invariata. Sulle ceneri del tempio di san Vito, d’intesa con l’autorità ecclesiale, negli anni ’80 fu edificata la moderna chiesa del ss. Rosario. Il “muretto a secco”, dunque, delimitava il versante sud-ovest del quartiere figulino. Su alcune delle sue grosse pietre, ricavate dalla morfologia carsica del territorio, come anche sulle pareti esterne della stessa chiesa già sconsacrata, vi erano rimasti segni e tracce di chiodi conficcati dai tintori - conciapelli (“Ccunzaturi”), che nel rione, conosciuto anche come quartiere ebraico, fino agli anni del 1960 tenevano l’attività in botteghe e che per comodità stendevano ed inchiodavano, appunto, le pelli ad asciugare al sole battente dei pomeriggi estivi. Il luogo, insistente al termine della discesa di via Crispi, già dal XVI secolo, accoglieva molte di queste botteghe, dove le pelli organiche subivano il primo trattamento... fra odori nauseabondi prodotti dalla combinazione con le sostanze chimiche impiegate. Fra di esse, era attiva quella della famiglia “de Geronimo”, casato del santo patrono “Francesco” (S.J.,Grottaglie 17 dicembre 1642 – 11 maggio 1716). Suo padre, il conciapelli Giovanni Leonardo, vi traeva sostentamento per la sua numerosa famiglia e dove, sicuramente, in quel breve percorso, fra la bottega, la chiesa ed il “muretto a secco” vi giocava il “piccolo Francesco”. Alcune di queste officine, che per l’opera di trasformazione delle cuoia erano dotate di grosse vasche scavate nel pavimento, risultano ancora con il livello calpestio inferiore a quello stradale.

Dagli anni 80, però, invece della trasformazione delle pelli, vi si producono artigianalmente e si espongono ceramiche artistiche invetriate, lavorate e dipinte a mano. Dopo il suo abbattimento l’antico “muretto”, fu subito ricostruito analogamente senza ausilio di malta, ma con diversi blocchi di pietra e per tutta la sua originale estensione com’era a memoria d’uomo (anni 1930 -’50), ma con differente e moderno disegno. Oggi il vecchio “muretto” lo avremmo sicuramente salvato, conservato e tutelato grazie all’ Unesco che nel 2018 ha dichiarato i muretti a secco “Patrimonio immateriale dell’umanità”. Per Grottaglie c’era una motivazione in più; una virtuosità tra fede e campanilismo che evocava la vita giovanile del santo patrono concittadino. In quel panorama, insomma, manca la chiesa di s. Vito ed anche, aggiungiamo, una chiara e palese testimonianza lapidea a futura memoria che indicasse i momenti di vita del Santo dalla nascita alla giovinezza, nella sua città natale. nel contesto storico - ambientale del luogo al tempo ricavato sul fondo di un ramo secondario della Gravina Fullonese. Parliamo del solco erosivo naturale che fino agli inizi del XX secolo, così com’era il canalone dove corre la via Ennio, costituiva uno sfogo delle acque meteore versate da monte, che già iniziava ad accogliere il nuovo impianto urbanistico del c.d. paese alto, poi incanalate in più adeguati tracciati e portate a valle.

 

 

 

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