L'INPS nega la maternità: "Nessun contributo versato"

COMUNICATO STAMPA 10 Dic 2018
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La scoperta di una lavoratrice Planet Group. Lumino: “Prima sfruttati e poi sbeffeggiati”

«Se fossi stata una ragazza madre ora starei morendo di fame e insieme a me anche i miei figli». Sara, nome di fantasia, ha 31 anni ed è appena diventata mamma. La sua è una storia emblematica: il racconto di chi è stato sfruttato e poi ha scoperto di essere anche stato derubato. Da circa un anno lavora per Planet Group, call center che opera a Taranto e annovera tra i suoi committenti anche colossi come Tim. Qualche tempo f, giunta al suo settimo mese di gravidanza, ha chiesto di andare in maternità: «Era un mio un diritto – ha spiegato Sara – perché avevo maturato ben più dei tre mesi di lavoro come prevede la legge e così ho presentato la domanda». L’Inps le ha risposto: la sua domanda non poteva essere accettata perché non c’erano contributi versati per la sua posizione lavorativa. Sara ha scoperto con quella lettera che per i suoi mesi di lavoro non era mai stato versato alcun contributo previdenziale. Nemmeno un euro. Mai.
«Non sono neppure andata in amministrazione tanto mi avrebbero risposto come fanno sempre che non potevano farci nulla, che non avevano potere o addirittura che non ne sapevano nulla. In realtà lo sanno. Le voci sui contributi non versati sono sempre girate in quella azienda. Anche io le avevo sentite, ma non ci avevo dato troppo peso. Quando ho presentato domanda ho scoperto amaramente che era tutto vero». E l’azienda? L’azienda per i lavoratori è un’entità evanescente: «Non c’è nessuno con cui interfacciarci, nessuno a cui porre domande e ottenere risposte. E così sono andata immediatamente all’ispettorato del lavoro e da un avvocato».
E così mentre in Italia si discute sull’ipotesi di tenere le donne al lavoro fino al nono mese di gravidanza, emergono storie che sembrano appartenere ai secoli scorsi. «Io penso che la scelta di rimanere al lavoro durante la gravidanza – ha commentato Sara – debba essere esclusivamente della donna: gli ultimi mesi sono sempre i più delicati e nessuno può imporre o obbligare una donna a continuare a lavorare». A maggior ragione se non le sono stati versati i contributi. E se Sara l’ha scoperto a sue spese, ci sono tante donne e tanti uomini che hanno saputo della sua disavventura eppure continuano a lavorare per Planet Group: «hanno bisogno di lavorare – è il commento della donna – e sono disposti ad accettare qualunque cosa. Persino questo pur di vedere uno straccio di stipendio a fine mese. Io no – ha aggiunto con orgoglio e rabbia – io sono una lottatrice e non posso accettare che qualcuno si arricchisca togliendomi ciò che mi spetta. Ciò che mi sono sudata con ore di lavoro stressante, faticoso e sottopagato. Io non lo accetto».
La storia di Sara, madre lottatrice, è ora la nuova battaglia della Slc Cgil di Taranto: «Questa vicenda – ha spiegato il segretario Andrea Lumino – non è solo l’ennesimo caso di sfruttamento, ma è un vero e proprio raggiro. Per di più accaduto in un call center non “da sottoscala”, ma in un’azienda di grandi dimensioni. Planet Group – ha aggiunto il sindacalista – inoltre continua, nonostante le denunce fatte, ad agire nell’assoluta mancanza di rispetto delle regole e delle norme contrattuali nazionali oltre che degli obblighi fiscali».
Secondo Lumino: «sono tanti i lavoratori che come Sara hanno firmato un “contratto a progetto” e anche se l’azienda ha grandi committenze, agisce in un modo inqualificabile: abbiamo scoperto che i lavoratori mandati a casa non hanno ottenuto l’indennità di disoccupazione perché neppure a loro erano stati pagati i contributi. Insomma sfruttati e sottopagati e persino sbeffeggiati». Il sindacato ha lanciato all’azienda un ultimatum per si adeguasse applicando le norme nazionali e dopo aver declinato ogni richiesta di incontro la risposta è stata la stessa fornita ai lavoratori: «Non sappiamo, non possiamo garantire». «Non possiamo neppure lontanamente comprendere un simile atteggiamento – ha concluso Lumino – e quindi ci rivolgeremo all’ispettorato del lavoro e alla Guardia di finanza, ma chiediamo anche a Tim e agli altri committenti e ancora una volta alle istituzioni di fare la loro parte: urge un tavolo per da Taranto lanci un ponte anche in Salento e in Basilicata per salvaguardare i tanti dipendenti di Planet Group che rischiano di trovare sotto l’albero una beffa al posto del regalo».

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