Giornale notizie news cronaca Grottaglie Taranto Puglia - Items filtered by date: Lunedì, 13 Gennaio 2020

Il Sindaco Rinaldo Melucci ha ricevuto oggi a Palazzo di Città di Taranto una delegazione di cittadini ed esponenti politici interessati a tenere alta l’attenzione sulle vicende della sanità ionica.

Nella discussione è emersa la preoccupazione di tutte le parti per l’incertezza che i fatti giudiziari stanno recando intorno al cronoprogramma del cantiere del nuovo ospedale San Cataldo.

Incertezza che induce ad una rinnovata e robusta riflessione su come dare sollievo ai cittadini ionici, magari attraverso una deroga temporanea al D.M. 70/2015 del dicastero competente, che potrebbe far parte degli argomenti del redigendo D.L. Taranto.

Di questo e di altri dettagli sul tema il primo cittadino avrà modo di approfondire presto con il Governatore Michele Emiliano e con i colleghi amministratori dell’Area Vasta tarantina.

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La premessa è d'obbligo: che queste primarie fossero una cosa totalmente inutile e dall'esito scontato (anche a motivo della presenza di più candidati alternativi a Michele Emiliano) era evidente a tutti sin dall'inizio. Che Michele Emiliano le abbia, come da pronostico, stravinte è altrettanto evidente e quindi complimenti a lui.
Fatta la premessa però alcune considerazioni vanno fatte:
1) Hanno ancora senso le primarie? Rappresentano ancora un esercizio di democrazia e di partecipazione o sono diventate mero esercizio di potere da parte di politici schierati a sostegno dell'uno o dell'altro candidato?
2) I numeri farebbero pensare ad un evidente rallentamento della partecipazione e ad uno sfoggio di esercizio di relazione da parte di compagni di strada o di luogotenenti dei politici candidati.
3) I votanti alle primarie del centrosinistra per la scelta del candidato alla presidenza della Regione tra Vendola e Boccia nel 2010 sono stati 200.000; nel 2015 tra Emiliano, Minervini e Stefàno 134.000; questa volta 80.000. In 10 anni c'è stato un calo di votanti di 120.000 persone, in percentuale del 120 per cento.
4) Facendo un raffronto tra i votanti alle primarie del centrosinistra e i votanti alle elezioni "vere" è possibile notare che nel 2010 i votanti alle primarie (200.000) rappresentarono circa il 19,29 % (valore assoluto dei votanti la coalizione di centrosinistra 1.036.638). Nelle primarie del 2015 i votanti furono 134.000 (elezioni votanti per centrosinistra 793.831 con percentuale circa del 17 per cento); primarie anno 2020 votanti 80.000. Se la percentuale rimane intorno al 20%, gli elettori per il centrosinistra saranno circa 400.000 a fronte di 4.000.000 circa di aventi diritto al voto. Questi numeri potranno essere sufficienti a far rivincere Emiliano? Non si può dire: dipende da quante persone andranno complessivamente a votare, da chi sarà il candidato del centrodestra.
Auguri ad Emiliano per questa vittoria, però, spero di sbagliarmi, non sono certo che ci sia molto da festeggiare.

(ndr: la foto di copertina riguarda il seggio di Grottaglie)

DatiPrimarie2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PrimariecentroSinistra2020

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Il risultato delle elezioni primarie in Puglia è positivo. Il fatto che hanno votato 80mila persone, sfidando il freddo e l’umidità, pagando almeno 1 euro, conferma la voglia di partecipazione ancora forte nell’elettorato di Centrosinistra.

D’altra parte non è proponibile il confronto con le precedenti primarie del 2014, con 134mila partecipanti, non fosse altro che per il fatto che allora tutte le forze che si riconoscevano nel Centrosinistra parteciparono, mentre in questa occasione alcuni pezzi che pure si richiamano a quell’area hanno dichiarato apertamente di non essere interessate alla competizione.

Noi tuttavia rimaniamo convinti che “libertà è partecipazione”, come abbiamo avuto modo di scrivere. Anzi, per dirla tutta sempre con Giorgio Gaber, “La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”.

Il secondo dato è che emerge con chiarezza la vittoria netta del Presidente Emiliano, pure in presenza di ben quattro candidature, ciascuna delle quali portatrice di sensibilità politiche qualificate e responsabili.

Mentre il risultato della partecipazione al voto a Taranto città non appare soddisfacente, più importante è stata la partecipazione nel resto della provincia. E dentro questo quadro la vittoria di Emiliano è stata chiara ovunque, con punte di eccellenza in alcuni comuni, come Laterza (con 941 voti), Massafra (con 584 voti) e Pulsano (con 701 voti) dove la sensibilizzazione al voto per il Presidente è stata fatta in solitudine da Articolo Uno, ottenendo un importantissimo risultato, il 95% dei consensi su 741 votanti.

Adesso ci toccherà fare un’analisi particolareggiata di tutto il quadro che emerge dalle primarie, per coprire le aree che non si sono sufficientemente mobilitate, capirne le ragioni e intervenire.

Questo, perché, archiviato il risultato positivo, occorre ora pensare subito alle “secondarie”, cioè alle elezioni regionali vere e proprie, che si avvicinano.

 

Tutti – nessuno escluso – sono chiamati a fare la loro parte, per non dilapidare quanto realizzato in 15 anni di Centrosinistra e per non consegnare la Puglia alla Destra.

DatiPrimarie2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PrimariecentroSinistra2020

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È scomparso Giampaolo Pansa. Ebbi modo di conoscerlo alla fine degli anni Novanta (1999) quando scriveva su “L’Espresso”, nella redazione del settimanale, ma in seguito ci incontrammo anche verso via della Scrofa. Giampaolo Pansa, giornalista, saggista, scrittore e “revisionista” era nato nel Piemonte di Casale Monferrato l’1 ottobre del 1935. E’ morto a Roma il 12 gennaio2020. Il giornalista che capì immediatamente le Rosse Brigate e che ebbe il coraggio di rileggere la storia del Fascismo oltre l’accademismo. scrissi numerosi libri e lavorò per diverse testate. Qui voglio ricordare lo scrittore. Uno scrittore che conosceva molto bene il senso il viaggio del narrare. 

Letteratura e politica, letteratura e storia sono stati sempre un intreccio indelebile. Credo che il romanzo di Giampaolo Pansa dal titolo: Romanzo di un ingenuo vada letto come uno spaccato politico - culturale che butta sulla scena tutti i cattivi pensieri ma riesce a buttare fuori dalla scena stessa anche delle impalcature. Una scrittura, come ho avuto modo di dire in altre occasioni, limpida. Anzi bella. Un linguaggio che riesce a catturare non per simpatizzare con il lettore ma perché è "un" linguaggio: è il linguaggio di Pansa. Un romanzo.
Uno di quei romanzi che è calato nello spirito di un'epoca, dentro il Novecento, nella storia che diventa memoria ma che lascia come riferimenti alcune date significative. E' tutto un attraversamento ma è anche una rilettura "forte" di spaccati della nostra storia recente. E mi voglio qui riferire al capitolo dal titolo: "L'inganno del Sessantotto".
Si legge: "Ansiosi di realizzare la loro utopia libertaria, i leaderini studenteschi sfoderarono subito un'arma che poi sarebbe stata usata dappertutto e contro tutti gli avversari: la deformazione sistematica della verità. Sono troppo duro nel giudizio? Dimentico i tanti ragazzi e le tante ragazze che, nel Sessantotto, scoprirono il piacere di una libertà pacifica? Può darsi. Ma quelli che li guidavano, i loro pifferai, non meritano tenerezze. Erano dei bugiardi faziosi allora. E molti hanno continuato a esserlo oggi, nell'età dei capelli grigi". Abbandoniamo per un attimo questo intaglio. Si tratta di un romanzo fatto di tradizione culturale in termini espressivi ma anche di recupero di tradizioni sul piano del contenuto. I grandi valori non si dimenticano e non si trascurano. La famiglia, il padre, la madre. Il racconto parte dal racconto stesso del padre e della madre.
Lo scrittore è proprio qui. Perché spiana il tutto in una tensione narrativa che è fatta di avventura. Pansa ci conduce, lentamente, verso il mistero del racconto nella realtà. Testimonianze che si intrecciano e ritornano a farsi vita emozionante. Storia delle emozioni e storia delle idee si incontrano. Si parlava di pifferai. Sempre nel romanzo si legge: "Ebbero una schiera di complici, questi pifferai. Primo fra tutti, il vecchio Pci. O almeno una delle due anime del partitone rosso, allora governato da Luigi Longo".
Non c'è soltanto la ragione della fine di una ideologia. C'è la fine di una passione che ha attraversato generazioni. E in queste pagine c'è l'uomo, c'è lo scrittore, c'è il giornalista ma soprattutto il testimone che ha sempre saputo guardarsi intorno. E sa essere pungente. Molto. Si leggano quelle poche pagine sui fatti di Reggio Calabria del 1970: alcune cesellature condivisibili. Ma qui la storia - realtà che diventa racconto c'è tutta. Ma lo scrittore è così dentro la vita di questi anni tanto che si avverte una interazione emblematica tra l'uomo con la sua vita e il giornalista - scrittore che qui diventa scrittore - uomo.

Quando un giornalista si fa narratore. Giampaolo Pansa. Romanzo come raccordo tra la storia e l'avventura dei personaggi filtrati dalla cronaca, ma anche come intreccio tra un raccontare i fatti in una esplosione di sentimenti, di sensazioni, di emozioni. E in tutto questo i ricordi sono un ricomponimento di giorni vissuti che però tessono con pazienza la ragnatela della memoria. I romanzi di Giampaolo Pansa sono un entrare costante nella cronaca della storia e ridisegnano non solo i fatti (alcuni fatti che si lasciano narrare sulla corda del narrato stesso) ma anche delle tensioni che sono toccate esistenziali di avvenimenti o di singoli personaggi.
La storia dunque. Ma più che la storia si vivono tracciati di cronaca. Sul Fascismo, sulla Resistenza, sulla Repubblica, sul tempo di tangentopoli. Anche nel romanzo di Giampaolo Pansa si inquadra in questo contesto storico. La storia è dentro gli intrecci del narrato e in questo entrare ed uscire, appunto, dalla storia il Novecento rappresenta lo scenario e il palcoscenico delle avventure e delle vicende. Romanzo di un ingenuo in questi giorni in libreria è lo specchio di un attraversamento che è stato già visto e sottolineato nei precedenti libri.
Pansa giornalista che ha amato la scrittura non solo come cronaca ma anche come modello di narrazione e quindi come elemento di durata. Al di là di alcune posizioni ideologiche i suoi libri (e mi riferisco ai romanzi) costituiscono una chiave di lettura di questo nostro Novecento passato ma sempre presente nella nostra coscienza e nella nostra consapevolezza culturale. I suoi romanzi sono un gioco ad incastro. Il Novecento è il filtro di questo gioco giocato.
L'appartenenza ideologica è dentro alcuni dettagli ma ciò che andrebbe chiaramente verificato è il dato narrativo che significa qui dato anche letterario. Ma al di là della posizione o dell'appartenenza culturale i suoi libri sono una forte testimonianza con la quale occorre confrontarsi perché sono tasselli di un mosaico dentro il quali ci siamo tutti. L'intreccio naviga tra il personale dei personaggi che vivono comunque le loro vite (tra amori, guerre, destino, fantasie, sogni) e gli avvenimenti che tracciano gli anni e le diverse età o i diversi itinerari epocali. Ma al di là dei fatti che accadono (o dei fatti accaduti e che hanno segnato la vita di una Nazione) sono le tensioni esistenziali proprio dei personaggi che creano in realtà l'attraversamento narrativo. Tensione umana e forza morale fanno parte di questo iter: "Le nostre madri, senza rendersene conto, ci avevano insegnato che le donne erano forti almeno quanto noi, se non di più. E che un gesto di tenerezza e un atto d'amicizia erano l'unico modo giusto per dare inizio a una storia d'amore". Così in Romanzo di un ingenuo.
Si pensi poi a I nostri giorni proibiti. Un romanzo sì di guerra ma soprattutto di passione, di amore, di attesa. Si pensi a Siamo stati felici in cui un "ordinario" amore si inserisce nello scenario della fine della guerra e precisamente in quella spaccatura politica e storica che è stato il 1948. Si pensi al racconto della guerra civile e alla semplicità di Ma l'amore no. Si pensi a La bambina dalle mani sporche nelle cronache attuali della tangentopoli dove non c'è soltanto politica e affari ma anche l'amore e la morte, la passione e il destino tragico di alcuni personaggi. La morte rende sempre i personaggi tragici ma qui è una tragedia che pur non facendo dimenticare l'attualità si veste in fondo anche di ironia. Si pensi ancora a quell'affresco che si legge in Il bambino che guardava le donne dove si può leggere: "C'è una verità che dimentichiamo sempre: nelle guerre civili perdono tutti, anche quelli che hanno la ragione dalla loro".

Una lezione, questa, che proviene da una visione pavesiana e da una concettualizzazione fenogliana. Ma in Pansa la costante che si registra nei suoi romanzi sta nel voler superare gli schieramenti che la guerra civile aveva contrapposto. E proprio per questo ciò che resta è la sensibilità dei personaggi altrimenti ci troveremmo di fronte, in termini piuttosto di analisi critico - letteraria, a fare i conti con la cronaca. Ma la cronaca si consuma in letteratura, si sbriciola e lo sfarinamento non cattura. Invece i romanzi di Pansa catturano nel momento in cui si esce dalla cronaca o meglio si supera la cronaca stessa e non per diventare storia ma per essere depositata nelle sue nicchie e ciò lascia è la bellezza del personaggio.

In Siamo stati felici non sono, in fondo, gli avvenimenti della post - resistenza a determinare lo scenario (qui sta la cronaca). E' piuttosto il rapporto conflittuale, se si vuole anche "ideologico" ma che poi si trasforma, tra Anna e Paolo. O meglio tra la giovinezza di Anna e quella di Paolo. Una giovinezza che è fisica, corporale, che si tocca. Insomma "avevano da vivere insieme la stagione della giovinezza" come si legge in conclusione del romanzo e quindi il resto, anche lo scontro ideologico, alla fine conta relativamente.
Pur nella drammaticità e nel dolore e a volte nella disperazione Ma l'amore no racconta una infanzia, quella di Giovanni, tra il 1943 e il 1945, in una "sagra" familiare funestata da terribili fatti. Ma l'amore, quell'infanzia, quei paesaggi non sono il contorno del romanzo. Anzi rappresentano l'humus sul quale si costruire l'avventura. Perché il romanzo c'è. Ed è questo il dato concreto sul piano letterario. Una tensione letteraria che si lega ad una costante tensione morale. Romanzo di un ingenuo: " La vita modesta ti aiuta a non dimenticare da dove sei venuto e ti vaccina contro i passi indietro che potresti fare". Ma anche qui un romanzo di paesaggi e di luoghi: "D'estate il Po era il mare della città, la vacanza dei poveri o di chi non poteva permettersi dell'altro. Spiagge bianche…". E poi i paesi e lo svolgimento del quotidiano, le feste, i giochi, l'amore: "Te la ricordi la festa di san Pietro?". E poi ancora ritratti. Per esempio, in questo romanzo, "La cartolina di Nenni". Ma procediamo ad incastro.
Molto coinvolgente il destino di Carla e di Marco in I nostri giorni proibiti. Un destino che ha toni dolenti ma che poi nel prendere coscienza dell'accaduto la consapevolezza di un amore fa diventare tutto tollerante anche se le ferite restano. E' la dimostrazione che sono romanzi, questi, in cui la soggettualità porta ad una ricerca interiore. Ma nell'interiorità ci sono le storie e non soltanto la Storia. Il caso proprio di Marco. Un'esistenza segnata ma è l'amore che risolve, il parlarsi, il conoscersi, il comprendere.
Bella, e senza circoscrivere la trama ma siamo oltre la guerra civile, nel 1956, anche se l'itinerario narrante rimanda a quella data, la chiusa del romanzo: "In quella notte di dicembre, mentre sulla città cadeva la prima neve dell'inverno, pure la guerra di Carla Aloisio e di Marco Bassi finì. Non ci sarebbero più stati giorni proibiti. E col tempo anche i loro fantasmi sarebbero diventati ombre benigne, forse". Immagini di un tempo che si raggomitolano nel cavo del cuore come queste di Romanzo di un ingenuo: "Me lo ricordo bene, quel posto magico, proprio allo sbocco in città del ponte stradale sul Po. L'odore del vino. Il profumo del gorgonzola. Gli effluvi della cucina dove la zia Pinota preparava i piatti per i clienti…".

E' uno scrittore, Pansa, dai paesaggi punteggiati. I luoghi costituiscono anche un iter narrante. E questi luoghi sembrano avere un io che parla da solo. Non solo fotografie. Ma fotografie che riportano ai segni dell'anima, ai segni della memoria, ai segni di un tempo che comunque attraversa la pagina. La cronaca dei nostri giorni è, come già si diceva, in La bambina dalle mani sporche. Il martello del racconto batte costantemente, in questo romanzo, sulla cronaca. La trasposizione di alcuni fatti, le allegorie, le metafore sono dentro il travaglio della pagina. E' uno dei romanzi in cui i personaggi sono meno definiti e la cronaca è appunto più esuberante anche se non mancano scontri - incontri tra personaggi come Cucchi (il ministro), Giulio, Wanda, Gloria e poi i partiti, i tangentisti, la politica dell'affare ma c'è l'amore e la morte (il suicidio) e la morte per malattia. La cronaca che entra dunque nella storia. Ecco in Romanzo di un ingenuo: "Poi cominciarono a piovere le pietre. E in pellicceria finirono entrambi, sia pure con una sorte diversa. Craxi ci rimise la pelle. Mentre Andreotti riuscì a salvarsi la cosa".
Il fatto è che le pagine di questo romanzo sono meno depositate nella storia in termini letterari e proprio per questo si evidenzia la sottolineato del dato cronachistico. Si legge in La bambina delle mani sporche: "In realtà, a puzzare di morte era l'intero universo delle eccellenze partitiche. Il loro numero uno, l'uomo accettato da tutti quale simbolo di una repubblica in coma, il Vecchio Mandarino che guidava il paese, stava dimostrando che il resistere a un'agonia poteva essere l'unico, realistico programma di governo: resistere per esistere, per durare nel tempo, per sequestrare il potere al solo scopo di rimanere abbarbicati al potere". In realtà è il romanzo più "giornalistico" di Pansa. Il romanzo meno romanzo, forse, anche se nei dialoghi, nell'ultima parte del libro, tra Wanda e Giulio (e poi Gloria) ci sono esiti, in alcune occasioni, lirici. E poi questo spaccato con graffi di malinconia in Romanzo di un ingenuo: "Le ragazze del tempo erano quasi tutte molto ritrose. Pudiche persino nel linguaggio. Morosavano con passione cautelosa. Le più sfacciate ti facevano cento versi e una canzone, poi, sul più bello, si fermavano".

Delle belle immagini narrative, un forte respiro in cui storia e romanzo si incontrano e i personaggi sono personaggi nella loro avventura e nel loro destino, si incontrano in Il bambino che guardava le donne. Rapporti tra età, memorie che raccolgono la cronaca e che si perdono e si ritrovano, tragedie, trasposizioni e metafore e poi paesaggi. E ancora la storia nelle storie e viceversa. E' vero: "nelle guerre civili perdono tutti". E', infatti, questo, il romanzo della forte consapevolezza. O meglio della trasmissione non solo letteraria ma anche storica, ideologica ed etica della consapevolezza che anche il nemico quando viene sconfitto resta un uomo per dirla con Pavese.

Giampaolo Pansa traccia, dunque, avventure lungo i tasselli della storia. E costruisce dentro le storie i personaggi. I personaggi che sanno di umanità e creano tensioni morali, esistenziali, letterarie. Personaggi nel tempo. Si pensi ancora una volta a Romanzo di un ingenuo. Nella memoria di questi personaggi c'è la commozione che non diventa né rabbia ne pietismo. Un fatto significativo che restituisce alla letteratura il linguaggio e la dimensione delle immagini in un paesaggio, come si diceva, di luoghi e di anime che si cercano, si incontrano e si parlano. Così come in un altro suo romanzo dal titolo lirico: Ti condurrò fuori dalla notte.
Da Le notti dei fuochi a Prigionieri del silenzio, da Il revisionista, Bella ciao. Controstoria della Resistenza, Eia Eia Alalà. Controstoria del fascismo, Il mio viaggio tra i vinti. Neri, bianchi e rossi sino ai libri del 2019 Quel fascista di Pansa e Il dittatore. Matteo Salvini: ritratto irriverente di un seduttore autoritario la scrittura è stata sempre un intrecciare la cronaca divenuta storia con la politica che si è sempre confrontata con la letteratura. Il saggista e il narratore in una univa voce.

Metafora e sogno e poi avventure che si intrecciano. Superando però la cronaca e restituendo alla memoria. Ma la fantasia è nella vita. Come risulta dalle 352 pagine di Romanzo di un ingenuo. Tutta una vita dentro le parole. Una vita fatta di ricordi di famiglia, di stagioni di impegno (il racconto degli anni di piombo), di formazione. Ma queste parole metaforizzano, tra l'altro, specchi di esistenza, graffi generazionali, memorie.
Raccontano in fondo la storia di un uomo vissuto tra le parole e la storia. Le parole che non sono solo metafore di realtà. Le parole sono una vitalità straordinaria in questa recita costante che è la vita. Il romanzo della vita. Lo afferma con coerenza proprio chiudendo il libro: "Romanzo perché molte di queste vicende vengono da un tempo così lontano, e tanto diverso dal nostro di oggi, che appariranno create dalla fantasia. (…) Senza l'ingenuità, non avrei mai la forza di fare un passo sopra un terreno nuovo, di scrivere un libro che non ho mai scritto, di scrutare con amicizia un essere umano sconosciuto. E di avventurarmi nel mondo ogni mattina, con la stessa incosciente fiducia di quand'ero bambino".
Una chiusura, questa di Pansa, che sembra l'apertura per un nuovo viaggio in questo nostro tempo che avanza. In questo nostro tempo che chiede ragione, in questo nostro tempo che è fatto di memoria, sentimenti e di cammini che stanno davanti a noi.

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Intervista a Simone Cristicchi, protagonista con l’Orchestra della Magna Grecia

«La disattenzione è il problema principale. “Avere cura” può sembrare uno slogan, in realtà deve essere un modo di vivere». Tre “sold out” in due giorni. Grande partecipazione del pubblico, invitato a cantare “Io che amo solo te”. I successi del cantautore, da “Vorrei cantare come Biagio” a “Ti regalerò una rosa”, dedicata a Cosimo Antonio Stano.

Grande successo per Simone Cristicchi e lo spettacolo “Abbi cura di me” portato in scena per tre volte in due giorni (sabato scorso un matinée per le scuole) con l’Orchestra della Magna Grecia diretta da Valter Sivilotti all’interno della Stagione orchestrale 2019/2020 con la direzione artistica del maestro Piero Romano. Ospite, applauditissima, la cantante Amara, autrice di successi, fra questi “Che sia benedetta”.

Cristicchi, partiamo dal titolo del suo spettacolo, “Abbi cura di te”.

«Il problema principale del momento storico in cui viviamo è la disattenzione, che genera indifferenza. “Avere cura” può sembrare uno slogan, in realtà è un modo di vivere, un ritorno all’essenza, alle priorità: cosa ci serve per essere davvero felici? Alla fine avvertiamo la sensazione che a renderci felici siano poche cose, una di queste è lo stare attenti; non farsi pregare, non farsi addormentare dal frastuono del mondo. Ai ragazzi cerco di comunicare questo: state attenti, rivolgete l’animo verso qualcosa che è fuori di voi, non siate egoisti e attenti al solo vostro orticello. Cominciate, invece, ad immaginare come può essere il mondo e come, questo, può cambiare: il potere, in qualche modo ci addormenta, ci fa sentire inutili, come se ogni nostra azione, ogni nostro pensiero, scelta, non abbia valore».

Tutto è interconnesso, dunque.

«Invece, ogni nostro sorriso, una piccola azione che possiamo compiere nella nostra vita, può cambiare una giornata. E quindi, figurarsi in un territorio come questo, essere gli uni vicini agli altri, consapevoli di partecipare a una comunità che non è virtuale, ma reale, che si può toccare con mano. Così i social diventano solo uno specchio per le allodole. Lo slogan iniziale di Facebook di quel genio di Mark Zuckenberg era “Mai più soli”. Invece, paradossalmente, siamo diventati più soli. Ci siamo chiusi in noi stessi, schiavi di un telefonino, tanto che oggi è difficile trovare l’essenza a cui mi riferisco: tornare all’umanità, alle poche cose che davvero ci servono per sentirci vivi».

Più della musica, le parole.

«Sono sempre stato attratto dalla forza della parola. Proprio lo spettacolo “Abbi cura di me” è dedicato alla forza, alla potenza della parola, del messaggio che questa riesce a trasmettere. Dice Amara, che ho il privilegio di ospitare nei miei concerti: “la responsabilità del microfono”. Ha perfettamente ragione: avere fra le mani questo strumento non è cosa scontata; salire su un palco significa poter toccare certe corde, andare in profondità, smuovere gli animi, soprattutto quelli dei giovani. Lo scopo è riuscire a dare messaggi che siano riflessioni all’interno di un concerto; vero, si assiste a una esecuzione orchestrale meravigliosa, però l’attenzione deve essere rivolta a questa parola che può davvero cambiare il corso della vita».

Amara Cristicchi Sivilotti 1

Chi ha ispirato Cristicchi.

«I miei padri sono stati i cantautori: De André, De Gregori, Battiato, Fossati, artisti che con le loro parole hanno cambiato il mio modo di guardare il mondo. Ed è ciò che cerco nel mio piccolo: riprodurre sensazioni simili. Endrigo, poi, è stato in qualche modo il mio mentore; con me condivise un duetto nel mio album di esordio. Sono molto affezionato a lui, con l’Orchestra della Magna Grecia propongo “Io che amo solo te”, che però faccio cantare alla sola platea: un’esecuzione speciale per orchestra e pubblico. Altro omaggio, “Emozioni” di Battisti, che con Mogol ha impresso una bella scossa alla canzone italiana».

Parliamo di fragilità, un tema del quale si occupa spesso.

«Siamo esseri umani, dunque se viviamo non possiamo non avere riportato delle ferite: alcune di queste, ferite profonde, le ricordiamo: quando eravamo nella pancia materna percepivamo già che atmosfera ci fosse in casa; se ti avevano desiderato, se esisteva armonia: ferite, proprio così, ce le portiamo dietro e dobbiamo avere il coraggio di trasformarle in qualcosa di bello da condividere con gli altri.

Ripeto spesso: non siamo venuti al mondo per essere perfetti, ma per essere veri, e quando ti togli quella maschera di perfezionismo diventi più forte: perché sei te stesso e nessuno può distruggerti. Ho perso mio padre a dieci anni, un dolore che mi ha spinto a chiudermi in me stesso, nella mia stanza. Ma è proprio lì che ho scoperto la cura, la terapia dell’arte; per curare questa grande ferita ho cominciato a disegnare, raccontare, scrivere storie e racconti, e da lì in poi, la musica, le canzoni. Come dice un mio amico, Ermes Longhi: da una ferita può nascere una feritoia e da questa puoi riuscire a vedere l’infinito che esiste oltre. Anche Leonard Cohen dice “in ogni cosa c’è una crepa ed è da lì che passa la luce”, parole sacrosante».

Nei suoi spettacoli, tributi ai grandi della canzone. Prevede altri progetti simili?

«Per ora no, ho reso omaggio a Sergio Endrigo con uno spettacolo dedicato interamente lui, poi a “La Buona novella”, quarto album di De André; oggi, avendo fra le mani un repertorio che rappresenta il mio cammino artistico, riesco spesso ad ospitare contributi di altri artisti. Così capita di cantare “Vorrei cantare come Biagio” e “Abbi cura di me”, due opposti: la prima, divertente, ironica, scanzonata, tormentone dell’estate; l’altra, una sorta di preghiera. E, in mezzo, un intero percorso che mi piace raccontare al pubblico».

Amara, sua ospite, bella scoperta per il pubblico.

«L’ho conosciuta la scorsa primavera. Ci siamo incontrati ad Assisi e da lì è nata l’idea di invitarla a cantare in un mio concerto a Firenze: ci sono pochi artisti con cui sento la stessa vibrazione e la stessa voglia di trasmettere dei messaggi forti. Io e Amara siamo sulla stessa frequenza e cerchiamo di bilanciare le nostre due personalità; invitarla sullo stesso palcoscenico e collaborare a questo progetto, per me è una cosa naturale: è lei che fa un regalo a me: i suoi messaggi sono un po’ anche i miei, e i miei sono un po’ anche i suoi. E credo che questo si senta».

La canzone, strumento potentissimo.

«In tre minuti riesce a smuoverti quello che hai dentro, a farti sentire delle emozioni, a trascinarti dentro una storia. “Ti regalerò una rosa” è l’esempio, il mio manifesto: raccontare una storia e mettere al centro che non ha voce, chi è privo di visibilità, in questo caso gli emarginati; ognuno di noi potrebbe cadere nella follia da un momento ed è proprio questo che ci spaventa nella malattia mentale. Dunque trovo interessante utilizzare il palcoscenico, mettere in luce queste realtà di cui poco si parla e dire “Esiste Antonio Cosimo Stano!”, uno dei miei “santi silenziosi”, a volte agnelli sacrificali che muoiono per risvegliarci. Nei miei concerti dedico spesso questa canzone all’anziano disabile picchiato selvaggiamente a Manduria, che il caso ha voluto si chiamasse proprio come il protagonista di “Ti regalerò una rosa”: mi piace pensare a Cosimo come al protagonista di questo brano, che vola finalmente libero, ora che ha fregato tutti trasferendosi in un’altra dimensione. Chi ha compiuto quell’aggressione ha sì una grande responsabilità, ma è anche il mondo ad averne una enorme: che mondo abbiamo costruito, che mondo stiamo dando a questi ragazzi se poi compiono questo tipo di azioni? Cosa ci ha portati all’indifferenza, che poi è il male del momento storico che stiamo vivendo?».

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