Con i brevetti vegetali, le multinazionali straniere decidono al posto delle nostre aziende, pagamento dei diritti e non solo, sono imposti anche i commercianti a cui poter vendere
 
Taranto - «La questione delle royalty da pagare sulle nuove varietà di uva da tavola sta diventando una trappola silenziosa che rischia di danneggiare seriamente gli imprenditori agricoli».
È quanto denuncia CIA Due Mari, declinazione provinciale per l’area di Taranto e Brindisi della CIA Agricoltori Italiani, attraverso le parole del presidente provinciale Pietro De Padova; la questione è nota da tempo e riguarda tutta la Puglia: sulle uve da tavola senza semi, soprattutto, ma anche su moltissimi prodotti ortofrutticoli e agrumicoli, negli ultimi tempi si sta giocando una vera e propria “guerra dei brevetti”.
In alcuni Paesi, come Israele, Cile e Stati Uniti, la ricerca scientifica ha prodotto nuove varietà di frutti. La proprietà intellettuale di quelle produzioni implica il pagamento delle royalty, da parte dei semplici agricoltori sul territorio, non solo per avere l’autorizzazione a coltivare determinate varietà ma anche nella successiva vendita del raccolto.
«Tornare indietro non si può perché queste grandi realtà che producono i brevetti sono riuscite anche a imporre le nuove varietà sul mercato mondiale», ha spiegato Vito Rubino (foto), direttore provinciale di CIA Due Mari.
In parole povere, le varietà tradizionali, quelle per cui non serve sottostare al regime delle royalty, non hanno più mercato, perché sono progressivamente sostituite dalle nuove. Di fatto, agli agricoltori viene imposto anche a chi vendere; una imposizione che, se elusa, può avere conseguenze estreme, fino al taglio delle viti. In sostanza, per poter coltivare le nuove varietà, l’azienda agricola deve sottoscrivere un contratto che la vincola non solo a pagare le royalty, ma anche a vendere e commercializzare l’uva solo attraverso uffici della società che detengono il brevetto vegetale.
«In pratica si diventa ‘succursali’, una sorta di franchising, con qualcun altro che diventa padrone in casa nostra, di fatto titolare del destino di ogni politica commerciale e di vendita che decide al posto dell’agricoltore come e quanto coltivare e quale reddito deve andare a chi investe e lavora sul campo, si accolla il rischio d’impresa, paga fior di euro per assicurare i propri vigneti e li cura», ha aggiunto Vito Rubino.
Condizioni capestro, un vero e proprio giogo che appare inaccettabile e lesivo della libertà d’impresa. Le royalty, in questo modo, sono pagate più e più volte, lungo tutto l’arco della fase produttiva dalla sottoscrizione del contratto fino alla commercializzazione e vendita.
«Le OP, Organizzazioni di produttori, per come sono organizzate in Italia e in Europa, sono fatte fuori dal sistema: gli agricoltori non sono liberi né di coltivarle né di piantarle, se non si assoggettano ai contratti capestro e a un sistema delle royalty che non è affatto trasparente. In Spagna, hanno affrontato il problema istituendo una società di Stato che gestisce i brevetti vegetali».
In Puglia un gruppo di produttori si sta organizzando per affrontare anche dal punto di vista giuridico la questione. È un problema che riguarda tutta Italia e che, in Puglia, interessa non solo l’uva ma anche le pesche, i prodotti agrumicoli e diverse specie di frutta. È una situazione che colpisce duramente anche i vivaisti, quelli che un tempo lavoravano con gli innesti. Fino a qualche anno fa, infatti, in Puglia come nel resto d’Italia eravamo produttori di varietà ‘selvatiche’ e di innestati. Ora, con i brevetti, è cambiato tutto.
«Come CIA Agricoltori Italiani della Puglia, chiediamo che il problema sia affrontato sia a livello nazionale che regionale dalle istituzioni, a cominciare da Governo centrale e Regione Puglia, perché in questo modo stiamo svendendo la nostra sovranità pezzo per pezzo, contratto dopo contratto», hanno dichiarato Sergio Curci e Fernando De Florio, rispettivamente responsabile e componente del GIE Ortofrutta per CIA Puglia, «mettendo a rischio il futuro dell’agricoltura e mortificando la libertà d’impresa che ha sempre caratterizzato il comparto primario, oggi schiacciato non solo dalla parte industriale e dalla Grande Distribuzione ma anche dalle grandi multinazionali dei brevetti vegetali che, in questo modo, decidono a migliaia di chilometri di distanza come i nostri agricoltori devono portare avanti le loro aziende», hanno concluso Sergio Curci e Fernando De Florio.

Fiducia nella Magistratura e rispetto delle indagini in corso per il caso Ginosa. De Padova e Rubino: “Puntare sullo sviluppo pulito: agroalimentare e turismo”

GINOSA (Ta) – “Sull’impianto di compostaggio Aseco di Marina di Ginosa, posto sotto sequestro con facoltà d’uso, attendiamo con piena fiducia l’esito delle indagini in corso da parte della Procura. Come abbiamo già detto, per CIA Agricoltori Italiani Due Mari (Taranto-Brindisi), il bene primario e irrinunciabile da preservare è la salute dei cittadini e la salubrità dell’ambiente”. È questo il primo commento di Pietro De Padova, presidente provinciale di CIA Due Mari, dopo la notizia del sequestro dell’impianto Aseco. “Secondo quanto si apprende da notizie di stampa, il sequestro è dovuto all’esito di un indagine nella quale la Procura prefigurerebbe la gestione illecita di rifiuti e lo sversamento di liquami nei terreni vicini”, ha aggiunto De Padova. “Non sta a noi fare processi, siamo sicuri che la Magistratura riuscirà a fare piena luce su una questione che sta molto a cuore a tutti noi”.

“Abbiamo partecipato a diverse iniziative pubbliche sulla questione dell’impianto Aseco”, ha ricordato il direttore provinciale di CIA Due Mari, Vito Rubino. “Noi siamo dalla parte di cittadini, turisti, comitati spontanei e operatori economici del territorio di Ginosa e Castellaneta che hanno ampiamente espresso la loro preoccupazione, a partire da un dato, l’intenso e cattivo odore sprigionato dagli impianti Aseco”. In una delle ultime manifestazioni pubbliche sulla questione, furono Francesco Bianco e Fernando De Florio (componenti dell’esecutivo CIA Due Mari) a dichiarare di condividere le preoccupazioni espresse da tante persone e la necessità di dare risposte chiare e definitive al grido d’allarme sollevato rispetto alle conseguenze di quelle emissioni sulla salute di una vasta popolazione. Un aspetto importante, inoltre, è rappresentato dal disagio e dai possibili danni alle attività del comparto agricoltura, turismo e commercio.

“È una vicenda sulla quale chiediamo che le rappresentanze parlamentari del territorio e le istituzioni dei livelli sovra-comunali diano immediate e doverose risposte”, dichiarò in quella occasione Angelo Lomagistro della Cia Agricoltori Italiani di Ginosa. “Secondo noi”, hanno aggiunto De Padova e Rubino, “le attività dell’impianto ASECO non sono compatibili con la presenza, a ridosso della struttura di compostaggio, di insediamenti agricoli ad altra specializzazione, con produzioni di ortaggi e frutta di elevata qualità. Taranto ha bisogno di liberarsi il più in fretta possibile di situazione di reale o potenziale pericolo per la salute dei cittadini e lo sviluppo di un’agricoltura pienamente sostenibile dal punto di vista ambientale. Purtroppo, non c’è soltanto la questione ASECO a destare preoccupazione, ma anche l’azione distruttiva delle agromafie che minacciano l’equilibrio ecologico del territorio con le discariche abusive e mettono a repentaglio la salute dei cittadini e il lavoro degli agricoltori. Questo è un territorio che deve vivere di agroalimentare, produzioni d’eccellenza, turismo, economia verde e pienamente sostenibile. “Mostri” e veleni vanno combattuti ed eliminati”, hanno concluso Pietro De Padova e Vito Rubino.

 

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