Giornale notizie news cronaca Grottaglie Taranto Puglia - Items filtered by date: Mercoledì, 02 Gennaio 2019

Appuntamento con la musica e la solidarietà domani, 3 gennaio, al nuovo teatro Falanto della Chiesa Madonna delle Grazie a Taranto. Dalle 19,30, infatti, si esibiranno i SenzaFiltro, in duo, in BattiPiano (Battisti in pianoforte).

L'evento è stato fortemente voluto da Enza Messina, responsabile del gruppo teatrale "Aristosseno Drama Club" e direttrice artistica del teatro Falanto. Il ricavato della serata, con offerta libera, sarà interamente devoluto alla Parrocchia.

BattiPiano nasce da un’idea di Aldo Liotino, vocal performer della Rock Band SenzaFiltro. Dalla band, attualmente in scena, in comunione con i suoi membri, Aldo estrapolando uno strumentista, in questo caso il pianista e tastierista Giacomo Mele, e la voce, propone uno spettacolo che omaggia Lucio Battisti, andando ben oltre alla semplice esecuzione di cover dei brani del suo repertorio.

“Rileggiamo gli originali mantenendo una certa aderenza - commenta Aldo Liotino - non risultando copia, mettendoci la nostra personalità e sensibilità musicale e facendo emergere anche tutta l’anima della voce. Dopo aver studiato molto la sua musica e parole, Battisti mi ha sorpreso ancor di più. Secondo me, è stato il più grande artista che abbia mai attraversato il panorama musicale italiano, per quantità e qualità di brani”.

"Battipiano" (Battisti al pianoforte) è un concerto spettacolo realizzato con arrangiamenti personali, dinamiche vocali, volumi... il tutto reso magico in alcuni momenti dagli effetti sonori dalle percussioni: "Da parte nostra vi è l’ intenzione di regalare al pubblico il sound giusto, senza alcuna sequenza, tutto totalmente Live. Un percorso musicale in concerto che omaggia il periodo d’ oro; è l’affermazione attraverso il pianoforte, le percussioni e la voce, di tutte quelle emozioni che mai svaniranno e che danno vita a continui ricordi... grazie anche alle canzoni di Lucio Battisti".

Presenta l'evento Matteo Schinaia, media partner Ki.Fra - Comunicazione&Eventi.

COMUNICATO STAMPA

Published in Spettacolo

La scomparsa di don Cosimo Occhibianco lascia un vuoto difficile da colmare, sia sul piano della comunanza spirituale, che su quella culturale. Uno studioso dagli strumenti antichi, raccoglitore di testimonianze sia umane che antropologiche. Aveva 91 anni.

Il suo dialetto, recuperato nella forma originale, ha dimostrato realmente come possa essere usato in termini non solo identitari, ma anche di ricerca sul piano di una nuova demoetnoantropologia.
Tra gli elementi che ha posto come base vi è il “vocabolario” usato come funzione comunicante, grazie a storie da lui recuperate e trasformate in modelli antropologici moderni. Per alcuni aspetti ha utilizzato la tecnica di Ernesto de Martino e di quella scuola applicata sul materiale depositato e sviluppato in grafica del territorio, ovvero quella dell’ascoltare e del raccogliere, ponendo nel mosaico delle lingue non solo la parola, ma anche le immagini.
Don Cosimo Occhibianco proviene da una scuola testamentaria per la quale il concetto di antropologia aveva un uso sostanzialmente teologico. Essendo sacerdote, ha avuto il coraggio di sradicarla dalla teologia per trasferirla sulla piattaforma laica e scientista.
I riti, le usanze, i costumi improntati alla ricerca hanno creato la percezione della conoscenza di una Grottaglie dimenticata È tornata, grazie ai suoi studi, a livelli di comunicazione interglobale.
Cosa voglio dire? È come se avesse recuperato una parola e l’avesse lanciata come una pietra di angolare nell’emisfero delle scuole linguistiche e antropologiche. Da un linguaggio di comunanza ha preso come soggetto la favola, il raccontato che diventa raccontabile per trasmetterlo, non in una storia-patria molto provincialistica, ma in una impostazione prettamente epistemologica.
Ha inferto all’antropologia umanistica un ritmo scientifico dai connotati epistemologici. I suoi tanti volumi su Grottaglie hanno creato una nuova cittadinanza alla parola intesa non come “grottagliesità”, bensì come una non sudditanza al "popolaresco" ma come voce narrante dei dialetti complici di un Dante del "De vulare".
Ho conosciuto don Cosimo Occhibianco molti anni fa. Era la fine degli anni Settanta. Il nostro dialogare è sempre stato improntato al recupero della parola come dettato di una cultura che trova nell’antico il senso di una profezia. Il destino del Sud nella grecitá araba della parola.
Proprio per questo si allontana vistosamente dagli studi localistici andando completamente “oltre” la manifestazione del paesanismo. Un paese con la sua lingua senza la retorica del dialittismo.
Occhibianco è stato uno studioso serio che non ha mai smantellato l’ironia in quella cultura popolare che si è cresciuta nel senso del recupero della tradizione e non delle tradizioni. La tradizione come diritto all’identità e come manifestazione di una eredità in un presente in costante trasformazione.
Dal “vocabolario” ai calendari, ai diversi tomi sulla leggenda, sulla favola e sui raccontini, ad un processo vero e proprio di un recupero in cui il concetto di “popolare” si espande in una visione di immaginari molteplici, che ha fatto di Grottaglie un vero e proprio polo di attrazione per il senso di appartenenza ad una mediterraneità che ha sempre usato il valore del dialogo.
Infatti i suoi libri e la sua ricerca sono da considerarsi un colloquiare con il passato diventato memoria. Occhibianco può essere considerato il solo e unico erede di un valore identitario, in cui le cesellature antropologiche grottagliesi sono entrate nello spazio del dibattito nazionale. Interprete vero di una proposta letteraria che ha incontrato una storia. Una storia nella storiografia del canto.

É come se letteratura e storia avessero realizzato l’epicentro di un incontro tra linguaggio dialettale e lingua del dialetto. Occhibianco non ha considerato il dialetto come la parlata locale di un tempo che è stato e di un tempo che è, ma l’ha concepita come un linguaggio della lingua.
Questo è un passaggio importante che soltanto in termini antropologici può trovare la sua ampiezza. Non si riduca Occhibianco a uno studioso locale, ma lo si consideri un “antropologo della parola” nel cui vocabolario non c’è solo una città o una storia, bensì il senso di appartenenza di una comunità che non è solo quella di Grottaglie, ma dell’intero Regno di Napoli e dei linguaggi che il Regno di Napoli ha trasmesso dentro le culture moderne.
Senza l’orizzonte delle etnie storiche, che nella ionicitá salentina convivono, il senso moderno perderebbe la sua sbavatura nelle parole. Per lui il dialetto è la ricerca di una modernità nell’antico, così si spiega anche la sua scrittura in dialetto, portata ad una religiosità non clericale, ma scientifica del modello preminente degli attuali studi.
È difficile poter sostituire una personalità come Occhibianco.
Bisogna studiarlo con molta attenzione, perché non appartiene solo a Grottaglie bensì a una cultura molto più ampia sulla quale l’antropologia dell’umanismo dovrà riflettere. Non uno studioso locale, bensì un vero e proprio ricercatore di innovazioni culturali.

 

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Stringimi forte
sull'ultimo gradino
in prossimità dell'infinito,
al suono della conclusiva nota
quando la nebbia della sera
varcherà la soglia
della mia stanza
ed avrò timore
che tutto sia perduto.

Stringimi forte
al limitar del tempo
allorché l'onda,
estrema,
dell'inquieto mio mare
s'infrangerà
sui miseri scogli
di ciò che in vita
abbiamo donato.

Abbracciami, ti prego,
Madre dell'Eterno
e la luce
avvolgerà i miei occhi.

Published in Cultura

Un grande lutto colpisce oggi la città di Grottaglie. La perdita di Don Cosimo Occhibianco, uomo fortemente legato alla sua città, ci lascia profondamente addolorati. Con la sua scomparsa perdiamo un importante punto di riferimento culturale e sociale. Un grande uomo di cultura che, attraverso le molteplici attività alle quali si è dedicato, ha saputo raccontare la nostra città. Sento il dovere di manifestare profonda gratitudine per l’inestimabile eredità culturale e sociale che ci lascia. Nel ricordo e nel saluto a Don Cosimo sono certo che si uniranno tante generazioni, dai nostri nonni ai nostri figli e quanti l'hanno conosciuto e stimato per la sua grande bontà d'animo

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Andare a scuola per i bambini e i giovani, mandare i figli a scuola per i genitori. Sono atti considerati di routine e, forse anche per questo, rischiano di sfuggire all’esercizio di attenzione costante di cui necessitano, per mantenerne denso di contenuti il significato.
 


Di ciò e di molto altro si parlerà il 3 gennaio alle 16:30 a Grottaglie, nella conferenza-dibattito intitolata Il piacere di andare a scuola. La proposta Waldorf. L’incontro informativo, che si terrà presso la biblioteca comunale “G. Pignatelli”, è organizzato dalla Scuola Steineriana La Fonte di Manduria, che nell’occasione intende presentare una diversa prospettiva pedagogica, partendo dal senso delle parole “educare” e “condividere” nel contesto contemporaneo.
 
«Bastano alcune iniziali esperienze come genitori - si legge nelle note di presentazione dell’incontro -  per rendersi conto di come nell'accezione più comune il termine "educare", quando si tratta di scuola, spesso significa semplicemente delegare a delle istituzioni pubbliche o confessionali e ai loro progetti didattici tale mandato formativo. Nel passato, quando non vi era altro, ciò poteva ben rappresentare una risorsa non da poco, ma oggi tale compito richiede un'attenzione e una cura senza precedenti.

È soprattutto nel concetto di “condividere” che oggi si concentra l'attenzione davvero educativa».
 
Anche su questi presupposti s’innesta la proposta Waldorf, intesa come azione educativa che coinvolge la globalità della persona umana, indagandone gli aspetti di provenienza e in divenire. Questa idea alternativa di apprendimento e di progresso evolutivo è alla base del metodo pedagogico elaborato nel 1919 da Rudolf Steiner, filosofo e scienziato austriaco, dal cui pensiero sono nate le 1092 scuole steineriane attualmente presenti nel mondo, di cui 30 italiane. Tra queste ultime, la scuola La Fonte, che fa capo all’associazione Giardino degli Ulivi ed è attiva a Manduria da 25 anni, con l’asilo dell’infanzia e le classi elementari e medie.
 
Frequentando la scuola La Fonte, i bambini assolvono all’obbligo scolastico nei termini di legge, affrontando regolarmente l’esame previsto alla fine della scuola media presso un istituto statale.

Ciò che cambia è la metodologia di insegnamento, fondata sulla capacità di educare in modo armonico le facoltà cognitivo-intellettuali (pensiero), quelle creativo-artistiche (sentimento) e quelle pratico-artigianali (volontà) dell'allievo, permettendo di sviluppare non solo le capacità di astrazione e concettualizzazione (su cui maggiormente punta la scuola tradizionale), ma anche quelle dell’applicazione pratica e della soluzione creativa, sempre più richieste nella società contemporanea.

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Descrivere la figura di don Cosimo è un compito che lascio ad altri per meglio approfondire la vita del sacerdote, professore, scrittore, poeta, dialettologo e storico.

Nella ricorrenza del suo 60.mo sacerdotale celebrato nella Parrocchia del Rosario di Grottaglie nel 2011 ebbi modo di ringraziarlo pubblicamente ricordando la sua figura con l’appellativo “Uno dei Capitani di Dio”. Questo il testo: «Quanti come me sono cresciuti negli asili delle suore, nella parrocchia o nelle comunità religiose locali, ricordano ancora l'oratorio dove, oltre ai grandi spazi interni, c'era un cortile, un campetto per le partite di pallone e altri giochi appassionanti dai nomi meno nobili e professionali di quelli di oggi.

Abbiamo nel cuore il ricordo di sacerdoti, suore, persone adulte e di qualche compagno più grande, che sapeva giocare con noi e ascoltarci, darci insegnamenti e modelli di vita. Crescendo, alcuni di noi hanno preso il loro posto, continuando questo nobile lavoro formativo, arricchito dalla esperienza personale. Abbiamo potuto capire, stando dall’altra parte, la passione che li animava e li portava a trascorrere con noi adolescenti, ore e ore, a volte in attività di poco conto, a volte in profondi dialoghi sulla vita con cui i giovani pensosi sanno impegnare i più grandi. La parrocchia o le comunità religiose sono state a Grottaglie, come nella tradizione di altri paesi e città, espressione della consapevolezza di quanto sia delicata e bella la stagione dei primi anni della vita. Il desiderio di accogliere bambini e giovani significava per i tanti formatori laici e religiosi l'impegno a comunicare una visione adulta della vita esercitando un compito educativo che a quei tempi non sempre riusciva a dare la famiglia e la scuola. La carità cristiana, pienamente vissuta ogni giorno, testimoniava il rispetto per la persona, la fiducia e l'interesse per le nuove generazioni, in particolare il desiderio di aprire loro nuovi orizzonti per realizzare una vita carica di significato, di libertà e di attenzione per gli altri.

Questa premessa è necessaria per comprendere quanto sia grande il vuoto lasciato nella vita di tanti giovani di oggi, troppo distratti dalla tecnologia e dal benessere, che non ha permesso loro di apprezzare l'arricchimento che noi abbiamo potuto ricevere partecipando alla vita della parrocchia e delle congregazioni giovanili di Grottaglie tra gli anni '50 e '70. Io, come tanti, frequentavo la Parrocchia del Carmine, “la parrocchia del dinamismo”, come la definivo allora, che ha formato tante generazioni alla fede cristiana e ai valori autentici della vita. Era la seconda parrocchia della città, creata ufficialmente nel 1938 dopo tante vicissitudini e turbolenze, che esplose in dinamismo nelle opere già dopo la fine della seconda guerra mondiale. All'inizio degli anni '50, Grottaglie viveva la sua trasformazione sociale ed economica e le giovani coppie, prevalentemente contadine, che si insediavano nelle nuove aree urbane, non avevano ancora l'agiatezza ed i requisiti delle storiche famiglie benestanti e artigiane che consentivano ai figli di frequentare l'unico asilo delle Suore Stimmatine o la famosa Congregazione Mariana dei Padri Gesuiti.

Così per togliere dalle strade polverose e dissestate tanti bambini poveri e recuperare tanti ragazzi e ragazze che iniziavano ad acquisire una consapevolezza generazionale, il giovane parroco di allora, don Giovanni Caroli, riuscì ad avviare moltissime attività parrocchiali, in virtù dell'intervento compiuto dall'Amministrazione Comunale, che concesse l'utilizzo di gran parte dell'ex Convento dei Padri Carmelitani con annesso chiostro, non più utilizzati come uffici e scuola pubblica. Erano gli anni del rilancio dell'Azione Cattolica, dopo la fine della guerra. In tutti i quattro rami: Unione Donne, Unione Uomini, GF (Gioventù femminile), GIAC (Gioventù Italiana di Azione Cattolica), c'era il desiderio di rinforzare “quell'esercito all'altar” di Pio XII. La nascita della nuova organizzazione all'interno dell'Azione Cattolica si rilevò propizia per tanti bambini, giovani e adulti che frequentavano il Carmine. Ognuno di loro, diviso per età: aspiranti, juniores, seniores e per categorie: studenti, lavoratori e professionisti, poteva dare impegno, entusiasmo e concretezza parlando la stessa lingua con i suoi simili e integrandosi nelle varie manifestazioni parrocchiali.

Questa meravigliosa avventura continuò con don Francesco Marinò fino al 1958. In questo periodo entrambi i parroci vennero coadiuvati dai vice parroci don Pasquale Antonazzo, don Vincenzo Macripò e il nostro don Cosimo Occhibianco. La parrocchia cresceva a dismisura con nuovi insediamenti abitativi e vedeva tanta gente cambiare mestiere, da artigiano/contadino a quello industriale. Si assisteva anche a forti immigrazioni di famiglie dai paesi vicinori per la presenza sul territorio o nelle vicinanze di insediamenti militari e industriali e la voglia di modernizzazione accelerata cresceva di giorno in giorno. La nuova gioventù irrompeva sulla scena, affermando atteggiamenti, mode e proponendo linguaggi e simboli radicalmente differenti e, per molti versi, alternativi a quelli manifestati dalle precedenti generazioni. Nonostante la presenza di associazioni e congregazioni cattoliche nelle due parrocchie e presso i padri gesuiti, questi centri formativi dovevano lanciare nuovi stimoli in funzione dello sviluppo sociale. Erano sì dei centri di fede, di speranza, di amore e di solidarietà, di senso di giustizia, di legalità e di cooperazione, ma bisognava aiutare i giovani a superare le cose che la grande politica del momento non affrontava e pensare ad una società nel senso della legalità, dell’iniziativa e della creatività. La Parrocchia del Carmine, già operante come si è visto, trovò nuovi impulsi di crescita nel 1958 con l'arrivò del nuovo parroco don Dario Palmisano.

Questo giovane sacerdote, insieme al vice parroco don Cosimo Occhibianco, furono gli autori del nuovo percorso. Vivacità, energia, operosità e intraprendenza caratterizzarono il nuovo tracciato dei due sacerdoti, per favorire l'incontro di tanti giovani affinchè potessero esprimere la loro originalità in cammini innovativi. Alla luce di un percorso di fede e di cultura si impegnarono particolarmente nella musica, nel teatro, nello sport e in molte forme artistiche. Non mancarono pellegrinaggi, visite guidate e contributi nel sociale. Gli anni Sessanta sono stati anni di grande trasformazione nella Chiesa e nel modo di intendere e vivere la fede e l'impegno sociale. Papa Giovanni XXIII aveva indetto il concilio con una nota positiva, ponendo tra i suoi obiettivi l'aggiornamento della Chiesa cattolica e la realizzazione dell'unità dell'umanità e dei cristiani. Papa Paolo VI aveva accolto questi obiettivi aggiungendovi quello del dialogo col mondo moderno. E su questi propositi conciliari don Dario e don Cosimo programmarono la loro pastorale parrocchiale mettendo in atto la nuova liturgia post conciliare e le attività religiose e sociali. Avevano in comune la fedeltà al sacerdozio e questo li rendeva invulnerabili e generosi; erano stati compagni di scuola nel corso teologico dei Padri Gesuiti a Napoli, dove avevano consolidato la loro fede e la scelta di consacrazione alla Chiesa. La grande affluenza di fanciulli, giovani ed adulti occupò i due sacerdoti dalla mattina alla sera senza sosta. La loro presenza era instancabile e permetteva a tutti di stare in parrocchia nelle diverse ore della giornata per condividere lavoro e svago. Al loro fianco c'erano le suore, sempre più dinamiche e collaborative, che aiutavano l'attuazione delle finalità parrocchiali. Ma il motore della parrocchia era l'Azione Cattolica in cui tantissimi giovani e adulti davano vita alle numerose iniziative che i due “capitani di Dio” pensavano ed attuavano con maestria. Basta pensare alle grandi funzioni religiose, alla scuola di catechismo con oltre 800 ragazzi, al teatro, alle attività culturali, alle gite nel circondario, all'assistenza dei malati e dei bisognosi, al doposcuola dei ragazzi in difficoltà, ai tanti ragazzi oggi sacerdoti, vescovi e uomini illustri.

Il Carmine era diventato per molti la seconda casa. I ragazzi nel pomeriggio studiavano in parrocchia, così potevano aiutare gli altri in caso di bisogno e intervallare momenti di relax allo studio. Si viveva pienamente la realtà dell’oratorio nel rispetto del vangelo di “fare casa con l’uomo” insieme alla Chiesa che diventava attenzione educativa, amore per la crescita e maturazione delle libere coscienze. Rendeva quel luogo davvero accogliente la grande attenzione verso i deboli, i poveri, gli emarginati. Ricordare le tantissime iniziative svolte nei dieci anni di intenso lavoro dai due sacerdoti, non basterebbe un’intera serata, ma lasciatemi tracciare almeno un breve profilo di don Cosimo Occhibianco: Dopo le prime esperienze di vice parroco a Lizzano e Statte, nel 1956 per motivi di salute viene inviato al Carmine di Grottaglie in aiuto a don Francesco Marinò. Durante questo periodo insegna Religione alla “Galilei”, alla “Mazzini”, al Liceo Classico “Archita” di Taranto. L'arrivo di don Dario nel 1958 come parroco al Carmine lo riempie di gioia, perchè è l'amico affezionato e compagno inseparabile fin dalla seconda media e per tutto il percorso di studi. I due sacerdoti mettono subito in atto il processo della grande rivoluzione parrocchiale e all'unisono mettono insieme idee, forze, volontà, disponibilità, entusiasmo per creare quel centro formativo ed educativo cristiano e sociale. Per loro non ci sono ostacoli e difficoltà. Costruiscono il teatro Biancaneve, fondano le Acli, rafforzano l'Azione Cattolica, supportano la Confraternita del Carmine, danno splendore alle opere d'arte presenti nella chiesa e nel convento, quali: il Presepe di Stefano da Putignano del 1530, il Chiostro con le sue pitture murali, l'antica chiesa in cripta sottostante a quella attuale (restaurata successivamente nel 1999), le opere pittoriche esistenti in chiesa e nell'oratorio della Congrega.

Dopo la partenza di don Dario a S. PIO X continua la sua opera di vice parroco del Carmine con don Cosimo De Siati fino al 1996. Alla morte del parroco diventa Vicario sostituto per sei mesi, in attesa della nomina del nuovo parroco. Dal 1996 al 1998 è vice parroco alla Madonna delle Grazie e dal 1998 in poi vice parroco alla Madonna del Rosario. Dopo l'intensa attività pastorale decennale con don Dario Palmisano al Carmine, don Cosimo intensifica i suoi studi e si dedica in particolare alle ricerche sugli usi, costumi, lingua e tradizioni di storia locale. Consegue la laurea in filosofia all'Università di Lecce ed insegna nel locale Liceo Classico-Scientifico “Moscati” di Grottaglie fino al pensionamento. L'amore per il suo paese, il rispetto per le proprie radici, la valorizzazione della lingua dialettale, la raccolta orale degli anziani su usi, costumi, tradizioni e preghiere, nonchè la ricerca di oggetti dimenticati e trascurati di vita contadina, suscitano sempre forti emozioni e desiderio di lasciare alle future generazioni testimonianze scritte e opere di rilievo». In quella circostanza evitai di parlare della lunga e fraterna amicizia che mi legava a don Cosimo dagli anni giovanili per l’amore che avevamo in comune per la nostra città nella ricerca degli usi, costumi, lingua, tradizioni che negli anni ’60 iniziavano a scomparire nelle famiglie grottagliesi. Iniziò così una stretta e proficua collaborazione che mi ha permesso negli anni di arricchire il mio bagaglio personale sulla conoscenza delle nostre origini, costumi, usi, tradizioni, lingua dialettale. Don Cosimo raccoglieva pazientemente sui quaderni personali citazioni, proverbi, detti, parole, ricette, preghiere e quant’altro dalla viva voce degli anziani; non mancavano le foto che le famiglie consegnavano a lui per un eventuale utilizzo, come gli oggetti antichi per un futuro museo della civiltà contadina.

Nel 1983 iniziò a scrivere con la macchina da scrivere “…..Ccussì ticèvunu li nanni nuèsci” per mettere ordine agli appunti manuali prima che venissero smarriti. Mi coinvolse per realizzare un volume dattiloscritto ben rilegato con copertina cartonata. Insieme completammo questa opera “fatta in casa” e mi interessai a fotocopiare i fogli dattiloscritti per poter duplicare circa una ventina di volumi. Vennero rilegati, dietro mio interessamento, da una tipografia di Taranto e avevano una copertina azzurra con titolo dell’opera in oro. Nell’opera c’era qualche schizzo dell’amico Gennaro Orazio e fu una raccolta generale degli appunti che nelle opere successive vennero divise per tipologia e incrementate da successivi appunti e notizie. Conservo gelosamente quel volume a ricordo di una esperienza molto diversa dalla professione che svolgevo allora.

Fu l’inizio della proficua collaborazione tra me e don Cosimo che nel corso degli ultimi 40 anni ha visto nascere tanti volumi importanti realizzati da tipografie specializzate, tra cui quella di Congedo Editore di Galatina. Questi i titoli: “…Ccussì ticévunu li nanni nuésci” Raccolta di proverbi, “…Ccussì parlàvunu li nanni nuésci” Prima edizione del Vocabolario grottagliese, “…Ccussì ritévunu li nanni nuésci” Raccolta d’indovinelli e barzellette, “…Ccussì priàvunu li nanni nuésci” Raccolta di preghiere, “…Ccussì si sintèvunu li nanni nuèsci” Raccolta dei soprannomi grottagliesi, “…Ccussì si curavunu li nanni nuèsci” Raccolta di erbe e ricette per la cura di malattie, “ Grottaglie che ora è?”, Vita ed opere di S. Francesco de Geronimo, “La chiesa della Madonna del Lume” Storia dell'antica chiesa oratorio della Confraternita del Nome di Gesù, “Poesia Giovane 1-2-3” Poesie inedite di giovani autori grottagliesi, “Un canto alla Madonna del Carmine” Storia antica cantata sulla Madonna del Carmine, “Cappella del Carmine con altare - estratto” Storia della cappella e dell'altare privilegiato della Madonna del Carmine, “Storia di San Ciro M.E.M.” Breve storia di S. Ciro, “I Carmelitani a Grottaglie” Storia della chiesa, oratorio, convento e chiostro del Carmine, “Pagine sparse di storia grottagliese” Testimonianze storiche di arte, cultura, religione, personaggi, monumenti, “Museo etnografico” Testimonianze sulla civiltà contadina, “…Ccussì parlàvunu li caminari” Storia dei ceramisti e delle ceramiche grottagliesi, “Dizionario del Dialetto Grottagliese“ Ultima versione del Vocabolario Grottagliese-Italiano e Italiano-Grottagliese con oltre 14.000 lemmi, I Quaderni della Civiltà Contadina: 1° -Tessitura e tessitrici, 2° - Li falignami (i falegnami), 3° - Li scarpàri (i calzolai), 4° - Li furnari (i fornai), 5° - Li cusitùri (i sarti), 6° - Li fabbricatùri (i muratori), - 7° Li firrari (I fabbri),, – 8° Li bbarbieri (I barbieri), – 9° Li Fisckulari (I Cordari), – 10° Trappiti e trappitari (I frantoi e i frantoiani). Dal 1994 al 2006 “Lu calannariu vurtagghiesi“ (il calendario grottagliese), “Nozioni di Grammatica Grottagliese” Una ricca e completa grammatica per studiare il dialetto grottagliese, “L’insigne collegiata di Grottaglie” Storia della cattedrale di Grottaglie, “Li sciuéchi ti nna vòta” Raccolta dei giochi dei bambini nella tradizione. Un patrimonio culturale da custodire gelosamente perché in queste opere troviamo l’ETHOS e l’HUMUS del nostro passato e della nostra identità. Da grottagliese e amico fraterno ringrazio don Cosimo per questa collaborazione che mi ha permesso di concretizzare 12 anni fa il sito “www.grottagliesitablog.wordpress.com” che è diventato anche la voce dei suoi scritti. Raccolgo il suo pressante invito a continuare per poter tramandare ad altri quello che lui hai fatto con me. Lo porterò sempre nel cuore non solo come amico fraterno ma anche come sacerdote ed educatore giovanile insieme a tutti gli amici della mia generazione carmelitana.

Ai parenti e a tutta la comunità della Parrocchia del Rosario va il nostro cordoglio, la nostra vicinanza e viva partecipazione al loro dolore simile al nostro, giovani di allora e adulti di oggi nel ricordo del sacerdote, amico, professore, scrittore, poeta, dialettologo e storico.

Grazie don Cò, ti ricorderemo sempre!

 

Published in Cultura

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